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Io indago chi voglio, quanto voglio e quando voglio

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Civiltà )( BarbarieAnche se non ne ho la competenza e vadano pure al diavolo gli ispettori ministerialiDopo due decenni di reiterato kung-fu giudiziario non sarebbe bene rientrare nelle norme?
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi il 18 marzo 2010

Indagato per minacce e concussione, con Michele Santoro come testimone a carico, il Cavaliere è di nuovo sotto schiaffo quando mancano, toh, dieci giorni alle elezioni. Si tratta, con bella evidenza, d'uno sgambetto elettorale, anche se sono spuntati anche stavolta, come salami di Jacovitti nel paginone della politica spettacolare, i soliti filosofoni che dichiarano con aria grave in tutti i tigì: «Lasciamo lavorare la magistratura».

Sì, è bene che la magistratura lavori, e che lavori con comodo, in piena autonomia, acchiappando più ladri, estorsori e killer che può (ce n'è un gran bisogno, lo sa il cielo, soprattutto in Puglia, la regione della Sacra Corona Unita e della sanità con escort e assessori de sinistra felloni a piè di lista).

Ma la magistratura non potrebbe evitare, quando lavora, di provocare strane coincidenze tra i tempi della politica e quelli della giustizia, tra le scadenze elettorali e quelle dei tribunali? Perché sempre lì ricadiamo, ogni volta: puntuali come la morte e le campagne elettorali, alcuni magistrati, con l'aria di passare per caso e di parlare d'altro, per esempio di «minacce» e «concussioni», spiegano a quali partiti i cittadini onesti e le anime belle non dovrebbero dare il loro voto.

Dobbiamo rassegnarci? Andrà così per sempre? È una specie di maledizione dello zingaro? Ogni volta, di qui alla fine dei tempi, che incomberanno le elezioni, dovranno subito incombere, sempre a causa della stessa maledizione o della stessa strana coincidenza, anche le intercettazioni e gli avvisi di garanzia? Avvisi e intercettazioni anticipati da scoop giornalistici che hanno sempre l'aria (benché la redazione di Annozero e le altre streghe del Macbeth mediatico lo neghino indignate) d'essere provocate ad arte, nonché pilotate sempre dagli stessi pupari. Ormai è successo troppe volte. Sembra una barzelletta del Cavaliere ascoltata già un milione di volte. È vecchia. Basta. Non fa più ridere.

Sarà anche vero, come si continua a ripetere, che non tutte le procure né tutti i magistrati pescano nel torbido indagando il Cavaliere per «minacce» e «concussione» ogni volta che alza la cornetta del telefono (il reato diventa «tentato stupro» se Berlusconi fissa con occhio allupato la scollatura di qualche velina).

Per lo più, nelle procure italiane, lavorano magistrati che si occupano di reati veri e non di fornire materiale a Marco Travaglio (per i suoi articoli da manganellare sulla testa dei nemici politici) e a Tonino Di Pietro (affinché possa lanciare, facendo gli occhi da pazzo e urlando fino a diventar rubizzo, l'ennesimo anatema sgrammaticato).

Ma dopo vent'anni di seconda repubblica, dopo vent'anni di guerriglia giudiziaria contro gli avversari della sinistra, è diventato impossibile separare le sorti dei magistrati politicamente orientati da quelle degl'innumerevoli magistrati responsabili che si limitano a fare il proprio mestiere senza sgomitare per essere eletti in parlamento o per finire nei titoli di testa dei telegiornali.

È impossibile difendere gli uni e condannare gli altri quando è ormai dimostrato, dopo due decenni di kung-fu giudiziario, che all'esercizio della giustizia può tranquillamente e (quel che è peggio) legalmente associarsi anche il suo esatto contrario: un allegro esercizio dell'arbitrio assoluto. C'è qualcosa di sbagliato e di pericoloso nel nostro sistema giudiziario, dove chi si sbraccia e si sgola sempre invocando le regole e il rispetto che esse meritano non ha una sola regola da rispettare, salvo il proprio capriccio: indago chi voglio, quando e quanto voglio, come voglio, che ne abbia la competenza o meno, e al diavolo gl'ispettori ministeriali (che indaghino sulle loro sorelle).

Non siamo minacciati, politicamente e giudiziariamente parlando, soltanto dal comportamento sconveniente, a dire poco, di alcuni magistrati, come continuiamo a ripetere, da anni, per esorcizzare le nostre paure. Non è questione di «toghe rosse» nè di «procure militanti». È il sistema giudiziario nel suo complesso a spaventare non diciamo i politici, a loro volta spaventosi come mostri da film horror, ma i cittadini con la testa sul collo.




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