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Quando la Cassazione si mette a scrivere il vocabolario

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È stato condannato un vigile urbano che aveva dato del gay a un collega • Persino il balengo di Jannacci che parlava «de per lu» deve cominciare a preoccuparsi
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi il 19 marzo 2010

Se dare del gay a qualcuno, gay compresi, è reato, immagino che non sia un complimento neppure dare del balengo, o peggio, a chi se lo merita. Ma è reato pensarlo? Vero che si pensa tra sé e sé, e che nessuno, specie i balenghi o peggio, può indovinare gli altrui pensieri, ma c'è chi parla da solo, sotto la doccia, sul tram. Può commettere, in questo modo, chissà quanti reati: quel pirla di qua, quel cornuto di là, e via infangando reputazioni d'amici e parenti. Anche questo poveretto, che parla «de per lu» come il barbone di Enzo Jannacci, deve cominciare a preoccuparsi per la sentenza della Cassazione che l'altro giorno, tra gli applausi di chi approva sempre le opinioni politicamente corrette, specie quelle imposte con la forza della legge, ha condannato un vigile urbano, che aveva dato del gay a un suo collega, a pagare una multa di 400 euro?

Sì, è bene che cominci a preoccuparsi. Come gli assassini potenziali di Minority Report, il film di Steven Spielberg, anche i diffamatori del prossimo tra sé e sé, potrebbero essere contrastati da una squadra di telepati, magari iscritti all'Italia dei valori, che non appena li sorprendono a pensar male gli piombano addosso con manette e schiavettoni.

Un tempo, quando i pregiudizi contro gli omosessuali erano una cosa seria, dare a qualcuno del finocchio o del recchione (come si diceva sotto altre lune linguistiche, prima che l'inglesorum del gergo politically correct colonizzasse il nostro vocabolario) era un insulto atroce. Oggi, svanito il pregiudizio, l'insulto ha perso, insieme alla sua ferocia, anche la sua efficacia, e resiste, tutt'al più, come ingiuria scherzosa, bambinesca.

Non si può seriamente dare a qualcuno del gay per insultarlo; la parola conserva la sua antica violenza soltanto in ambienti sociali e culturali impazziti, per esempio in un circolo di naziskin, o nel mondo alla rovescia dei seguaci di qualche religione hard, dove dare a qualcuno dell'hitleriano o del fanatico religioso, cosa che ovunque si configurerebbe come un insulto da vendicare a ceffoni, suona invece come un complimento.

Ma tra gente normale, mentalmente stabile, mediamente educata, “gay” è una parola tranquilla, senza le connotazioni aggressive che avevano un tempo le parole che, nel linguaggio corrente, designavano gli omosessuali. Non c'è ombra di disprezzo, qualunque cosa ne dica la Cassazione, nella parola gay, diffusa proprio perché innocua e addirittura igienizzata, a meno che l'intenzione di chi la usa sia mostrare disprezzo.

Cosa tuttavia perfettamente lecita, a meno che anche il disprezzo sia diventato un reato (se fosse così, il novanta per cento dei politici di destra, di sinistra e finanche di centro pagherebbe multe dal mattino alla sera).

Senza contare che il disprezzo serve a sgombrare dagli equivoci i rapporti umani. È una forma socialmente sostenibile di odio. Conserviamo, per favore, le forme tollerabili di conflitto emotivo, teniamocele care, o finiremo male, come replicanti dei moralisti da talk show quando correggono i cafoni, colpevoli d'aver pronunciato una parola forse esatta ma immorale.

Ma la verità, naturalmente, è che siamo già finiti male. Come al vigile urbano multato dalla Cassazione per aver dato del gay al collega, presto toccherà anche a noi pagare una multa per aver dato dell'“ingegnere”, in tono sprezzante, a un ingegnere. Già adesso è con una certa apprensione che si dà dell'idraulico a un idraulico e del cameriere a un cameriere? Un sordo, nel linguaggio edulcorato della burocrazia e del giornalismo cialtrone, è diventato un “non udente”; gli spazzini si sono trasformati in “operatori ecologici”, svanendo così dall'orizzonte logico. Stiamo demolendo il vocabolario umano e spingendoci ben oltre il 1984 di Orwell. Mai un organo giudiziario aveva stabilito che certe parole sono reato. Ma d'ora in avanti, per decreto della Cassazione, è vietato dare del gay. Piuttosto del voi (come quando c'era lui, caro gay).




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