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Tratto da Giustizia Giusta il 18 marzo 2010
Come non riflettere quando un Procuratore Capo della Repubblica (nella fattispecie quello di Trani, Carlo Maria Capristo) si dichiara intenzionato a non far esaminare ad ispettori ministeriali la documentazione relativa ad un’inchiesta adducendo la seguente motivazione: «È la legge a impedire che possano visionare atti coperti dal segreto, dunque noi non daremo alcun documento. Faccio il magistrato da trent’anni, sono sempre stato in prima linea e questa è la prima ispezione che subisco, ma conosco le regole». Bene, ma quegli atti sono già arrivati al Fatto Manettaro e dallo stesso resi pubblici: a Travaglio e Massari sì, agli ispettori no? Però c’è anche il rituale buon proposito: il dottor Capristo si dice determinato «a scoprire chi ha soffiato la notizia sull’esistenza dell’indagine». Finalmente, fosse la volta buona! Siamo più che sicuri (?) che il dottor Capristo (un “fine umorista” come lo ha definito Il Foglio) riuscirà a scoprire il disonesto informatore.
E come non riflettere quando si viene a leggere che un avvocato (nel caso particolare l’avv. Filiberto Palumbo) è costretto a rivolgersi ad una procura (nello specifico quella di Trani) per sapere se il proprio cliente (il Presidente del Consiglio, ma l’esempio varrebbe anche per Tal dei Tali) è iscritto o meno nel registro degli indagati: «cerchiamo di avere qualche carta in più - ha detto ai giornalisti il legale - poi organizzeremo la difesa, se di difesa si dovrà trattare». Ma avvocato Palumbo, ci scusi, se era già scritto sul Fatto, perché andare a recar disturbo in Procura? Per il difensore del premier, Niccolò Ghedini «tutto ciò non solo è inaccettabile, ma è in palese e conclamata violazione di legge e concretizza una pluralità di reati e di responsabilità disciplinari che dovranno essere accertati e severamente sanzionati».
Della serie: quando l’avviso di garanzia recapitato a mezzo stampa si chiama campagna elettorale!
(g. p. )