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di Alessio Di Carlo
Tratto da Giustizia Giusta il 18 marzo 2010
Affermare – come la Cassazione ha fatto l'altro ieri – che dare del gay ad una persona con intento denigratorio è reato, sembra una banalità. E' chiaro e sacrosanto, infatti, che quel che si è voluto sanzionare è stato proprio l'”intento denigratorio”.
Resta però da chiedersi – e la questione diventa assai più delicata – quali fatti, attitudini, caratteristiche ecc. ecc. possano essere ritenuti idonei ad esercitare quella finalità ingiuriosa che si intende perseguire.
Da questo punto di vista la sentenza dei giudici di Piazza Cavour non convince nemmeno un po'.
Torna alla mente un'altra decisione – che pare assai più ragionevole – con cui nel 1995, sempre la Cassazione, aveva sancito che l'attribuzione della qualifica di massone non implica di per sé alcun discredito della persona.
Eppure, specie in seguito al ritrovamento della lista P2 di Licio Gelli, avvenuto nel 1981, quel termine aveva assunto un connotato quasi esclusivamente negativo (peraltro sovente senza l'esatta consapevolezza del suo reale significato da parte di chi ne usava ed abusava).
Secondo la deputata del Pd Anna Paola Concia – che ha salutato con favore la decisione della corte suprema dell'altro ieri - la sentenza dimostra che l'omosessualità, nel nostro Paese, è ancora vissuta in senso negativo, da alcuni come se fosse una malattia e che questo sarebbe l'aspetto da combattere.
Ma, c'è da domandarsi, è ai magistrati che spetta questo compito?
E' auspicabile che sia la magistratura a formare le coscienze?
E siamo sicuri che questo compito, in alternativa, debba essere assunto dalla politica, come pure in queste ore da più parti è stato auspicato?
A noi eventualità di questo genere continuano a far paura.