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Un’esecuzione al giorno - il record di suicidi femminili
di Giulio Meotti
Tratto da Il Foglio del 19 marzo 2010
Roma. Come deterrenza contro le proteste che ci saranno durante la festa del fuoco, il capodanno zoroastriano che segna la cultura persiana non islamica, il pubblico ministero di Teheran, Abbas Jaafari, ha annunciato che altri sei dissidenti sono stati condannati a morte per aver partecipato alle proteste del dicembre scorso. E’ uscito uno straordinario documento di Iran Human Rights sulla pena di morte nella Repubblica islamica. Un’anatomia criminale del regime iraniano. Statistiche che pur non comprendono le uccisioni di manifestanti e dissidenti dopo le proteste elettorali. 150 vittime secondo le stime più attendibili. Sono state 402 le esecuzioni in Iran soltanto nell’ultimo anno. Più di una al giorno. Il massimo in dieci anni. Il venti per cento in più rispetto al 2008. Nel 2001 furono “appena” 75 le esecuzioni. “Sono i casi di cui siamo certi, ma è una stima prudente”, spiega Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights. Sono tredici le donne giustiziate e cinque i minorenni, per citare soltanto due dati raccapriccianti e in aperta violazione della Convenzione sui diritti del fanciullo che l’Iran pure ha ratificato. Secondo i dati di Stop Child Executions Campaign, altri 130 minorenni, spesso bambini, sono in attesa di essere giustiziati. Fra le donne assassinate c’è Delara Darabi, la pittrice condannata per la complicità in un omicidio commesso quando aveva solo diciassette anni. Aveva il volto nascosto da un passamontagna, mentre il cappio la soffocava.
Il mese più alto delle esecuzioni, non a caso, è stato luglio, dopo le elezioni che hanno confermato Mahmoud Ahmadinejad fra le proteste e le accuse di frode elettorale. Le cause delle pene di morte inflitte sono state droga (140), omicidio (56), stupro (24) e “mohareb” (31). E’ quest’ultima l’accusa più terribile, una sorta di neoinquisizione. Accusa politica, ideologica, religiosa, perché significa “nemico di Dio”. Sono i dissidenti del regime, ribelli a diverso titolo, spesso apostati, che gli ayatollah fanno sparire senza avvertire i familiari. Li si impicca di mattina presto. Un mese fa il regime iraniano ha condannato a morte un 21enne prigioniero politico, Amir Reza Aarefi, con l’accusa di essere “mohareb”. Nel passato, Teheran ha eseguito condanne a morte a molti dissidenti politici come ordinari criminali e trafficanti di droga. Alcune delle persone impiccate con l’accusa di essere “criminali comuni” avevano semplicemente protestato contro il razionamento della benzina deciso dal regime.
Sono quasi tutte impiccagioni segrete dentro le carceri, nove le impiccagioni in pubblico e di massa, una persona lapidata, avvolta da capo a piedi in un sudario bianco e interrata. Sarebbero otto le donne e due uomini che attendono di morire a colpi di pietra secondo la sharia. Le pietre non devono essere così grandi in modo da poter provocare una morte lenta e dolorosa. Altri sono stati spinti giù da una rupe. A molti sono state tagliate la mano destra e il piede sinistro. La sentenza deve rendere impossibile la vita ai condannati. Si calcola l’utilizzo di 174 tipi di tortura contro i prigionieri politici.
I “guardiani della Rivoluzione” hanno scoperto che l’utilizzo delle gru mobili, impiegate nei cantieri edili, garantisce loro una maggiore rapidità delle esecuzioni, oltre a “costi bassi” e al massimo effetto di deterrenza. La gente si arrampica sui semafori per assistere a questa “festa”. L’obiettivo è ottenere il massimo livello di dolore pubblico. Si usa il filo d’acciaio per stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungare così l’agonia. Mangiare in pubblico durante il Ramadan, partecipare a una festa, può costare la vita, soprattutto agli adolescenti. Ci sono anche tante morti “indirette”. L’Iran ha infatti un altro triste record, oltre a quello delle esecuzioni di minorenni. Vanta una delle percentuale di suicidi femminili più alte al mondo. Cifre che bastano per confermare l’impressione che l’Iran sia diventato, come dicono studenti e dissidenti, “un paese di condannati a morte”.