I risparmi del signor no. Il premier voleva un segnale forte sul fronte fiscale per il rush finale della campagna elettorale. Ha dovuto incassare il niet del ministro dell'Economia, che anzi ha allo studio una "manovrina".
di Alessandro De Angelis
Tratto da Il Riformista del 18 marzo 2010
Avrebbe voluto un segnale sul fronte fiscale. Per dire non solo che il governo «non ha messo le mani nelle tasche degli italiani». Ma che è arrivata l'ora di realizzare una riforma tributaria che preveda due aliquote, una al 23, una al 33. E l'avrebbe voluta usare, la riforma, come jolly per l'ultima settimana di campagna elettorale: uno scatto per il rush finale, come quando annunciò l’abolizione dell’Ici. Per questo Silvio Berlusconi aveva intensificato il pressing nei confronti di Tremonti: «Caro Giulio - questo il ragionamento - qualche segnale sul fisco serve». Niente da fare. Il titolare del Tesoro ha ripetuto che «il gettito non può variare». Quindi nessuna grande riforma. E neppure timidi segnali di alleggerimento fiscale. E fin qui, sarebbe l’ennesimo remake di una scontro che dura dall’inizio della legislatura. Ma l'ira di Berlusconi è diventata incontrollabile quando Tremonti gli ha annunciato nei giorni scorsi che per tenere in ordine i conti serve una «manovrina» correttiva entro l'estate.
Ieri alla Camera il ministro del Tesoro, nel dibattito sulla crisi, non ne ha fatto cenno, limitandosi a ripetere il solito mantra: «Il governo Berlusconi nell'agire ha fronteggiato tre rischi: il rischio di un collasso dei conti pubblici, il rischio del disordine sociale e il rischio del blocco produttivo». E ancora: «Stiamo lavorando alla riforma fiscale, è fondamentale per rendere il nostro sistema più giusto ed efficiente, non possiamo continuare con la macchina disegnata mezzo secolo fa e poi solo rattoppata».
Eppure sulla manovrina il Tesoro è già a lavoro, a partire dal sottosegretario Vegas, e non solo lui. E sarà a base di tagli. Una fonte vicina al dossier spiega: «Ci sono delle difficoltà di liquidità in cassa e per ora siamo andati avanti solo grazie agli effetti degli scudo fiscale. Ma non si può non intervenire».
Berlusconi, per ora, si è limitato a dire: «Non un euro in più di tasse». L’unica cosa forse su cui è d’accordo con Tremonti. Che ha assicurato, nel suo intervento in Aula: «Non metteremo imposte patrimoniali e non colpiremo il risparmio e la casa. Discuteremo con tutti e su tutto: con le forze sociali, l'opposizione, in Parlamento, con gli organismi internazionali. Realizzeremo il programma elettorale che è stato votato dagli elettori».
Conti in ordine e lavori in corso sul resto, dunque. Con tanto di rabbia del premier, anche se trattenuta. Perché sul fisco Berlusconi voleva battere, eccome. E invece è stato costretto a rivoluzionare lo schema degli ultimi giorni di campagna elettorale: molti attacchi «toghe politicizzate», ai «media compiacenti», a tutti quelli che vorrebbero disarcionare «il governo del fare». Come ha fatto ieri inondando di dichiarazioni siti e tv: «Gli italiani - ha affermato in una intervista al Tg2 - hanno capito perfettamente che c'è una magistratura che fa politica e che per non darci modo di esporre tutti i successi di due anni di lavoro straordinario del nostro governo ha dettato i temi e i tempi della campagna elettorale prima con una falsa tangentopoli che non c'è mai stata e che non c'è, poi schizzando fango su quel miracolo che abbiamo realizzato all'Aquila e in Abruzzo, poi con il tentativo di escludere noi, la lista del Pdl, nelle due principali città, a Roma e a Milano, dando per di più la colpa ai nostri rappresentanti che non ne avevano alcuna, e infine con questa risibile e inaccettabile inchiesta di Trani e con la distribuzione delle intercettazioni ai loro giornali». Di più. Il premier ha letto le parole del capo dello Stato sul Csm come una conferma delle sue denunce sull’inchiesta di Trani, quasi come un via libera ad attaccare: «L'iniziativa del Consiglio superiore - ha detto in un’intervista al Tg2 - sconfessata dall'intervento del presidente Napolitano, è ancora una volta l'ennesima dimostrazione dell'uso intollerabile della giustizia per fini di lotta politica contro di noi».
Si andrà avanti così - dicono nell'inner circle del premier - fino alla fine. Anche perché Berlusconi è convinto che l’attacco frontale sia un buon antidoto contro l’astensionismo, la vera paura che gli hanno consegnato i sondaggi. Anche se, ancora ieri, ha ostentato sicurezza: «Abbiamo visto cosa è successo in Francia, ma gli italiani sono persone sagge, sanno bene che non andare a votare significa avvantaggiare la sinistra».
Sul fisco, nessun annuncio a sorpresa. Ma c'è di più. Lo stop sul taglio delle aliquote e la manovrina di Tremonti hanno costretto il Cavaliere anche a frenare sul «piano per il Sud». Di fatto, è pronto da giorni. E il ministro Scajola l’ha pure messo nero su bianco dopo mesi di confronto con gli altri ministri. Ma la sua presentazione slitterà a dopo il voto: «Se non diamo segnali complessivi sul fronte fiscale - spiega una autorevole fonte governativa - solo col piano per il Sud rischiamo di fare un regalo alla Lega».
Già, la Lega. Ovvero il principale alleato di Tremonti. Berlusconi se la ritroverà pure sul palco di piazza San Giovanni. Bossi infatti ha annunciato che ci sarà e parlerà pure dal palco. Un fuori programma che smonta il one man show che il premier aveva organizzato. Che non prevedeva neanche un breve spot dei vari candidati governatori, figuriamoci un comizio del leader della Lega. E Bossi a dire la sua ha già iniziato: «Berlusconi? farebbe meglio a non parlare al telefono. Sabato il resto.