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Un richiamo all'Italia impazzita

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di Marcello Sorgi
Tratto da La Stampa del 18 marzo 2010

Ci vuole una pazienza infinita, come quella, appunto, del Presidente Napolitano, per mettersi in mezzo - letteralmente - alla rissa interminabile tra poteri che dovrebbero essere indipendenti, senza necessariamente diventare avversari.

In discussione, come ha spiegato il Capo dello Stato, non è il diritto dei magistrati inquirenti a condurre le loro indagini in piena autonomia. Così come non è quello del governo di disporre un'ispezione in una sede giudiziaria, sia pure quella in cui s'è aperta l'ennesima inchiesta contro il presidente del Consiglio. E neppure, va da sé, la possibilità per il Consiglio superiore della magistratura di prendere in esame le risultanze dell'ispezione, non di doverla giudicare in anticipo. Basta solo - ed è quello che Napolitano ha voluto ricordare a tutti - che ognuna delle parti in causa lavori nel pieno rispetto delle prerogative delle altre.

Ciò che invece avviene sotto gli occhi di tutti - anche del Presidente della Repubblica, che ovviamente non può spingersi a censurarlo esplicitamente - è esattamente il contrario: inchieste, come quella di Trani, condotte ai limiti delle procedure previste e in un periodo, come la campagna elettorale, in cui determinano effetti politici. Ispezioni, come quella annunciata dal ministro di giustizia Angelino Alfano, presentate dichiaratamente come reazioni del governo alle inchieste, e non come controlli di tipo amministrativo, che devono necessariamente soggiacere alla riservatezza e all'autonomia della magistratura inquirente. E poi controreazioni, in genere molto dure, dei giudici sottoposti a ispezioni. E interventi, al minimo intempestivi, del Csm, come se i giudici che hanno già reagito malamente alle ispezioni avessero bisogno di essere spalleggiati, e come se appunto l'organo di autogoverno dei magistrati non dovesse limitarsi ad aspettare di poter leggere le carte prima di dire la sua.

A tutto questo, che si verifica purtroppo ormai immancabilmente ogni qualvolta un'inchiesta mira sui politici, e in particolare su Berlusconi, deve porre rimedio il Capo dello Stato: chiamato in campo non nel suo classico ruolo arbitrale, ma proprio per separare contendenti che sembrano aver voglia di menare le mani. Napolitano provvede alla necessità, ribadendo un principio che dovrebbe essere ovvio - ognuno al suo posto e nell'ambito dei propri poteri -, ma evidentemente non lo è più, nell'Italia impazzita di questo inizio 2010.




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