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Quando la vita si trasforma di fronte alla malattia
di Giulia Galeotti
Tratto da L'Osservatore Romano del 18 marzo 2010

Ognuno trova la sua personale ricetta per creare una relazione con l'altro, per incontrare il prossimo diverso da sé, per domare la sofferenza e smettere di camminare, almeno un po', in solitudine. Forse, l'unica condizione davvero imprescindibile perché due persone incrociatesi per caso, cessino di essere estranee e diventino incontro, è la reciprocità. Perché solo nell'incontro vicendevole si ascolta, e si viene ascoltati; si riceve affidamento, e ci si affida. E ognuno poi trova il suo personale modo per concludere alcune relazioni, a volte anche facendo scelte che possono risultare un grande controsenso rispetto alle premesse faticosamente costruite.

Un incontro possibile - ironico, impervio, un po' ridondante a tratti, ma certo avvincente - è quello che Lorcan Roche, giornalista e drammaturgo, racconta ne Il gigante buono (Roma, Edizioni e/o, 2010, pagine 337, euro 17). Trevor, irlandese di Dublino, è nella Grande Mela in cerca di lavoro, quando legge un annuncio: si offre un posto di badante per occuparsi di Ed, un ragazzo malato di distrofia muscolare (per un periodo, a New York, Roche è stato effettivamente il badante di un giovane americano affetto da questa malattia).

L'incontro tra i due, che cambierà sia Trevor che Ed, è l'occasione per riflettere sulla vita, la solitudine, i rapporti familiari e culturali, la morte, e tanto altro ancora. In apparenza le differenze tra i due sono tantissime: l'americano e l'irlandese ("in Irlanda siamo storicamente avvezzi a essere insultati"), il ricco e il povero, il malato e il sano. Eppure si tratta, semplicemente, di due giovani maschi alle prese con il dolore, la mancanza, la solitudine, le difficoltà interpersonali, e un rapporto inesistente, e quindi estremamente sofferto, con il proprio padre.

In particolare il giudice, il potente genitore di Ed, diventa l'emblema di una società che "provvede" senza voler e saper "partecipare". Di un mondo che guarda, senza vedere. L'uomo, immerso nelle sue carte e nelle grandi questioni, fa capolino nella stanza del figlio sempre nei momenti meno opportuni, quelli in cui un provvidenziale "è un momentaccio, ripasso dopo" legittima una visita che in realtà non giungerà mai.

Se la mancanza di riguardi formali e lo sprezzo (inconsapevole?) verso il formalismo ipocrita del politicamente corretto rende la figura di Trevor simpatica al lettore, a tratti però il suo umorismo rischia di sconfinare in una patina di pietismo. Ma è solo un attimo.

Perché, più del personaggio sarcasticamente comico, del personaggio buono, altruista ma un po' feroce, quel che colpisce nel racconto di Lorcan Roche è l'ovvia constatazione di quanto l'incontro tra Trevor ed Ed abbia finito per cambiare entrambi nel profondo.

Più scontato il mutamento di Trevor (non ultima, la capacità di comprendere che "anch'io ho bisogno che lui abbia bisogno di me"), l'autore racconta molto bene il cambiamento che l'incontro con il badante provoca in Ed, la cui vita è stata segnata molto presto dallo scontro con la distrofia muscolare, e con il contesto che lo circonda attento solo a fronteggiare la malattia, dimenticando il malato.

La vicinanza con Trevor finisce così per rivelare a Ed che, oltre se stesso e la sua umanamente ineccepibile rabbia e frustrazione, esiste anche l'altro. "E la lunga giornata non inizia con una lista della spesa fitta di richieste acute e lamentose, inizia con una domanda gentile. Sbadigliata: "Oggi. Cos'hai. Voglia. Di. Vedere?". Troppo tardi nella vita Ed sta imparando cosa sia il sacrificio, sta imparando a mettere al primo posto qualcun altro; non usa il pulsante d'allarme a meno che non si tratti di un'urgenza vera".

Poi, all'ultima pagina, violento, brutale e inatteso giunge il finale. L'eutanasia. Il cuscino con cui Trevor sente di aver ribaltato il momento, vedendo lo spirito di Ed "spiccare il volo". È un finale violento e inaccettabile per chi ritiene - rispettando nel profondo la sofferenza propria e altrui, una sofferenza che certo non si intende né negare né minimizzare - che l'affidamento reciproco possa essere un vero ponte per l'amore e la condivisione, vivendo legami capaci di ribaltare le esistenze nella comprensione vera. E allora sì, la bontà diventa gigantesca.




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