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Via libera definitivo alla Camera per il testo di legge che tutela la qualità dei prodotti e ne consente la tracciabilità. Urso: adesso agisca l'Ue. Soddisfatti gli imprenditori: un primo passo importante
Tratto da Avvenire del 18 marzo 2010
Scarpe, vestiti e articoli in pelle targati «Made in Italy». Sono questi i prodotti al centro del disegno di legge sulla qualità italiana che ha avuto ieri un sì bipartisan dalla commissione Attività Produttive della Camera in sede deliberante e che diventa, così, legge. Il provvedimento mira ad assicurare la tracciabilità dei prodotti del tessile, della pelletteria e del calzaturiero con l’obiettivo di rendere trasparenti per i consumatori le varie fasi sul processo di lavorazione e sulla sicurezza di questi prodotti, consentendo di stabilire qual è il prodotto realizzato in Italia. Un passo che rappresenta adesso «un forte richiamo all’US nione Europea affinché finalmente agisca in questo campo», ha affermato Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo Economico con delega al commercio estero. «Oggi è un grande giorno per il made in Italy! Sfidiamo l’Europa dimostrando che si può difendere legittimamente un sistema economico senza rinchiudersi in un protezionismo egoistico, dannoso per un Paese che ha nell’export un reale punto di forza», ha detto Raffaello Vignali del Pdl, tra i firmatari del disegno di legge. La nuova legge raccoglie commenti positivi anche dal mondo imprenditoriale. «Un buon risultato, raggiunto in tempi brevissimi – ha detto il presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini –. Anche se finora riguarda soltanto tre settori, è un’altra tappa del percorso per difendere e valorizzare con norme certe i prodotti delle imprese che investono e danno lavoro in Italia».
Andando ai punti principali del provvedimento, la denominazione «Made in Italy» potrà essere usata esclusivamente per prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio italiano; in particolare, se almeno due delle fasi di lavorazione sono state eseguite nel territorio italiano e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità. I prodotti che non potranno essere marchiati come «Made in Italy» dovranno essere obbligatoriamente etichettati con l’indicazione dello Stato di provenienza.
L’etichettatura consentirà la tracciabilità, nel senso che indicherà non dove il prodotto è stato finito ma dove sono state eseguite le lavorazioni. Dovrà essere apposta su tutti i prodotti finiti e intermedi, evidenziando il luogo di origine di ciascuna delle fasi di produzione. Dovrà contenere indicazioni sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro, la certificazione di igiene e di sicurezza dei prodotti; l’esclusione dell’impiego di minori nella produzione; il rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali in materia ambientale. Sarà un decreto del ministro dello Sviluppo economico, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Politiche europee, da emanare entro quattro mesi dall’entrata in vigore della legge, previa notifica all’Ue, a stabilire le caratteristiche dell’etichettatura obbligatoria e di impiego dell’indicazione «Made in Italy», nonché le modalità per l’esecuzione dei relativi controlli, anche attraverso il sistema delle Camere di commercio.
La mancata o scorretta etichettatura dei prodotti e l’abuso della denominazione «Made in Italy» saranno puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da 10. 000 a 50. 000 euro; nei casi più gravi la sanzione è aumentata fino a due terzi, nei casi meno gravi invece è diminuita nella medesima misura. La merce è sempre oggetto di sequestro e confisca. Se queste violazioni sono reiterate allora sono sanzionate penalmente, con la reclusione da 1 a 3 anni; qualora, poi, vengano commesse tramite apposita organizzazione, sono soggette alla reclusione da 3 a 7 anni. Se ad abusare del «made in Italy» sono le imprese, la sanzione andrà da 30. 000 a 70. 000 euro oltre al sequestro e alla confisca delle merci; la reiterazione della violazione comporta la sospensione dell’attività d’impresa da un minimo di un mese ad un massimo di un anno. Il provvedimento entrerà in vigore il primo ottobre.