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«Due Stati? Ormai non ci credono più»

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L’islamista Olivier Roy: in realtà gli israeliani ritengono legittima la loro politica di colonizzazione e i palestinesi già lottano contro l’apartheid
di Luca Geronico
Tratto da Avvenire del 18 marzo 2010

«Il governo israeliano è il più a destra che esita e l’Amministrazione O­bama la più progressista degli ul­timi anni: un contrasto molto forte, indi­pendentemente dalla situazione che si è creata sul terreno», premette Olivier Roy, i­slamista di fama continentale, ex direttore della Scuola di alti studi in scienze sociali di Parigi, ora in cattedra all’Università europea di Firenze. «Il governo Obama considera la soluzione del conflitto israelo-palestinese u­na condizione prima per la pace in Medio O­riente, riprendendo la prospettiva che era di Clinton, giunto vicinissimo a un accordo. Il problema è che questo accordo è ormai im­possibile perché Israele stesso non vi crede: non che vi sia una politica esplicita per un “Grande Israele” ma il governo di Gerusa­lemme non crede a un accordo e pensa che la colonizzazione sia legittima. Dunque non ci sono le condizioni per un reale dialogo. Per giunta penso che anche i palestinesi abbia­no interiorizzato l’idea che sia impossibile creare due Stati. Dunque questa, che resta l’affermazione base del negoziato interna­zionale, è ora più che mai impossibile per ra­gioni tecniche: la divisione dei Territori pa­lestinesi, gli insediamenti, la disintegrazio­ne della vita politica palestinese. È questo il paradosso: c’è un consenso internazionale unanime su un progetto del tutto irreale. U­na vera crisi strutturale.

Destinata a creare, anche con la violenza, un nuovo assetto? È possibile una terza Intifa­da?
Una terza Intifada non si può escludere, ma in realtà mi sembra sempre maggiore l’accettazione da parte palestinese dello status di minoranza: il popolo palestinese, più an­cora che i politici, rivendica il riconosci­mento dei diritti dell’uomo. È esattamente quello che ha dichiarato Obama nel suo di­scorso del Cairo il giugno scorso: come e­sempio di riconciliazione politica il presi­dente americano ha indicato il Sudafrica e il movimento dei neri americani che non so­no stati dei movimenti autonomisti, ma di integrazione in uno Stato. Un lapsus dello staff di consiglieri che ha preparato il di­scorso del Cairo, ma un lapsus che dice la ve­rità. Nei discorsi dei palestinesi il nazionali­smo, lo Stato palestinese non compaiono quasi più. Parlano, invece, sempre più di fi­ne dell’occupazione, di apertura dei valichi, di diritto di accesso agli ospedali, di diritto allo studio, etc. etc. Israele è percepito come uno Stato segregatore, e i palestinesi, non solo gli arabo-israeliani, si stanno spostan­do su posizioni di lotta contro l’apartheid che per definizione è la lotta per divenire cittadini di uno stesso Stato.

Un «conflitto centrale» senza una soluzione. Ma dopo l’11 settembre e il «nuovo inizio» con l’islam promesso appun­to da Obama al Cairo è davve­ro il principale nodo per la sta­bilità in Medio Oriente?
Non è più il conflitto centrale ma molti attori lo vogliono ri­centralizzare: Obama che lo ha definito la chiave della pace in opposizione a Bush, Netanyahu che continua a rivendi­care la centralità di Israele, come pure l’Iran che ideologicamente continua ad accusare Israele. Tre attori certo influenti, anche se la questione principale nella regione è a mio avviso quella irachena. È la frontiera del mondo arabo, una nazione ri­costruita come Stato ma che potrebbe divenire un terreno formidabile per l’Iran.

Dove ora Iyad Allawi e Nouri al-Maliki si contendono la vittoria voto a voto e gli scii­ti integralisti sembrano argi­nati a terza forza? Che in­flusso avrà Teheran su Bagh­dad?
Gli sciiti iracheni sono perce­piti con enorme diffidenza dai sunniti e dunque dovran­no essere protetti dall’Iran, ma non credo che Teheran possa controllare Baghdad per­ché il nazionalismo iracheno è molto forte e farà da opposizione al nazionalismo scii­ta. Ma i nuovi assetti che si determineranno a Baghdad saranno nei tempi lunghi decisi­vi per l’intero Medio Oriente.




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