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Civiltà )( BarbarieI dissidenti cubani in sciopero della fame, quelli che muoiono in carcere, la ribellione sul Web, le contromisure intimidatorie del regime in affanno
di Maurizio Stefanini
Tratto da Il Foglio del 18 marzo 2010

Quando si cammina a Cuba, specie per le strade più vecchie, sono molte quelle case che tu le guardi, e ti chiedi: ma come farà a stare in piedi? Mura che cadono, vernice scrostata, finestre rotte… Eppure, reggono. Un giorno, qualcuno, con un po’ di buona volontà, decide che è ora di dare una risistemata, e comincia col risistemare una vite. In quel momento, crolla tutto”. Dopo la morte, il 23 febbraio scorso, di Orlando Zapata Tamayo, dopo ottantatré giorni di sciopero della fame, anche il dissidente Guillermo Fariñas Hernández è finito in ospedale, l’11 marzo scorso. E il 10 marzo Félix Bonne Carcassés, un terzo dissidente, ha annunciato che se Fariñas muore si metterà a sua volta a fare sciopero della fame a oltranza al suo posto. “Questa è Cuba. La vite che fa crollare tutto potrebbe essere Zapata, Fariñas, o semplicemente la rissa a un mercato durante la coda a un banco di pomodori”.

L’apologo lo racconta al Foglio Yoani Sánchez: l’ormai leggendaria blogger che, dopo aver lasciato gli studi di filologia per andare in esilio in Svizzera, ha deciso di tornare in patria “per non darla vinta al regime”, e ha utilizzato la pratica di Internet che si era fatta tra le Alpi per lanciare Generazione Y. “Un Blog ispirato da gente come me, con nomi che iniziano con o contengono una y. Nati nella Cuba degli anni Settanta e Ottanta, marcati dalle scuole al campo, dalle bamboline russe, dalle uscite illegali e dalla frustrazione”. Il suo sito è arrivato a quattordici milioni di visitatori al mese, mentre altre 68 mila persone la seguono tra Facebook e Twitter, contro i diecimila appena che frequentano il sito di Fidel Castro. Time l’ha classificata tra “le cento persone più influenti del 2008”, anche se per sopravvivere fa la guida turistica non autorizzata. E ha avuto in Spagna un premio Ortega y Gasset del giornalismo e negli Stati Uniti un Maria Moors Cabot Award, che però non le è stato concesso di andare a ritirare. Così come non le è stato consentito di andare né alla Fiera del Libro di Torino, né al Congresso internazionale della lingua spagnola a Valparaíso, in Cile. Anzi, lo scorso 6 novembre è stata per la prima volta aggredita fisicamente. “Niente sangue ma lividi, colpi, capelli strappati e botte in testa, reni, ginocchia e petto”, raccontò dopo essere stata liberata: o meglio, buttata giù da una macchina. A tirarcela dentro a forza, trattenercela per venti minuti e picchiarla a colpi di judo e karate, mentre stava dirigendosi a una marcia-performance musicale pacifica, tre agenti della Sicurezza di stato in abiti civili.

Botte in quantità erano state distribuite anche durante lo sciopero della fame di Zapata, quando vari oppositori avevano cercato di scendere in piazza per appoggiare la sua protesta. E almeno trenta persone sono state arrestate dopo la sua morte, per impedir loro di recarsi al funerale. L’analisi di Yoani Sánchez è che sia proprio in questo diverso tipo di repressione la principale differenza tra Fidel Castro e suo fratello Raúl: “In passato – ci spiega – il governo cercava di infliggere ai dissidenti la morte civile. Non c’era possibilità di esprimersi, non c’era possibilità di organizzarsi, tutti i percorsi di una possibile critica e protesta erano sistematicamente tagliati. Grazie a Internet e alle nuove tecnologie, però, i cittadini sono riusciti lentamente a ricostruire alcuni percorsi. E così ora si sta passando a un tipo di repressione diversa: secca, molto intimidatoria. C’è una paramilitarizzazione della polizia, ci sono agenti dei Servizi che si presentano in borghese a pretendere di agire come se fossero agenti in uniforme”. Se vogliamo, insomma, dal modello totalitario sovietico, Cuba sta tornando al più normale autoritarismo arbitario della tradizione latinoamericana. “Sì: da una repressione asettica a una repressione brutale”.

Eppure, segnali di apertura non sono mancati, da quando è al potere Raúl. La stessa Yoani Sánchez si è trovata il suo lavoro di blogger un po’ semplificato, quando il regime ha concesso anche ai cittadini cubani di acquistare tessere prepagate per accedere ai punti internet degli hotel per stranieri: anche se a prezzi di sette- dodici dollari all’ora, in un paese dove il salario medio è di 17 dollari al mese. La povertà limita anche la portata della prima grande riforma di Raúl: la liberalizzazione dell’acquisto di elettrodomestici. Di questi giorni è poi l’annuncio della prossima chiusura di cento imprese agricole considerate inefficienti, con la ricollocazione di quarantamila lavoratori: una notizia che va messa assieme, da un lato, alla progressiva chiusura dei “comedores obreros”, le mense che davano un pasto gratis ad almeno 3, 5 degli 11, 2 milioni di cubani; dall’altro, all’iniziativa di affittare a privati 1, 7 milioni di ettari di terre demaniali, i cui affittuari avrebbero il permesso di assumere braccianti e di stipulare altri tipi di contratti.

Oltre a qualche abbozzo di Perestroika, c’è stato qualche esperimento di Glasnost. Ad esempio “Juventud Rebelde”, organo ufficiale della Unión de Jóvenes Comunistas de Cuba, che ha inaugurato una moderata fronda: attaccando la censura, criticando la “verticalità sociale”, chiedendo di “cambiare tutto ciò che deve essere cambiato”. E il 21 gennaio alla tv c’è stata una clamorosa puntata di “Mesa Redonda”, una specie di “Porta a Porta” locale, che aveva infranto un tabù clamoroso. “A Cuba c’è razzismo, anche se di bassa intensità e di tipo psicologico e non istituzionale”, avevano riconosciuto gli intervenuti. L’antropologo Pablo Rodríguez aveva ammesso che “sebbene non vi siano ghetti neri, esista una coesistenza e la violenza razziale non sia su grande scala”, tuttavia “esiste una notevole violenza verbale”. L’economista Esteban Morales aveva spiegato che dopo il 1962 qualsiasi dibattito sul tema era stato rimosso “per non mostrare divisioni della società cubana di fronte agli Stati Uniti”. E lo storico Heriberto Feraudy dopo aver detto che “a molti sarebbe sembrato impossibile che si realizzasse un dibattito in tv su questo tema” aveva aggiunto che le leggi e le “missioni internazionaliste” non bastano contro il “male che sussiste nelle menti”, se non le si accompagna con “l’azione culturale”. Insomma, “il razzismo esiste: non solo per eredità della società anteriore, ma per imperfezioni della società attuale”.

Intanto era già in corso la protesta che avrebbe portato alla drammatica morte del “negro” Zapata. E se Raúl l’ha deplorata, la stampa ufficiale non ha mancato di insistere sul fatto che il defunto era un “delinquente comune”. Di professione muratore e idraulico, Zapata era stato in effetti processato nel 1993 per violazione di domicilio; nel 2000 per lesioni non gravi, truffa e possesso di arma bianca; nel 2002 per alterazione dell’ordine e disordine pubblico. Incarcerato il 6 dicembre del 2002, era stato posto in libertà condizionata il 9 marzo del 2003. Ma a quel punto si era unito a uno sciopero della fame di dissidenti, e il 20 marzo 2003 si era ritrovato tra i 75 arrestati della cosiddetta “Primavera nera”. Disadattato radicalizzatosi in carcere nel contatto con i detenuti politici, come spesso accade nelle rivoluzioni, o oppositore diffamato, come pure accade nei regimi autoritari, Zapata aveva continuato a ribellarsi e ad accumulare condanne. Anche qui, il dissenso e la famiglia sostengono che erano le guardie del carcere a picchiarlo in continuazione. La stessa decisione di intraprendere lo sciopero della fame che l’ha portato alla tomba sarebbe stata dovuta ai tre ultimi pestaggi ricevuti. Un’ulteriore denuncia è sui diciotto giorni di privazione dell’acqua cui il “ribelle” sarebbe stato sottoposto, per costringerlo a mangiare. Quando è arrivato in ospedale aveva la schiena piagata, ed era talmente consumato che hanno dovuto mettergli le flebo sul collo.

Fariñas, a differenza di Zapata Tamayo, non è un proletario, ma un intellettuale, con un passato di integerrimo rivoluzionario. Entrambi i suoi genitori lottarono contro Batista, suo padre accompagnò il Che in Congo nel 1965. E lui, dopo aver frequentato una scuola militare in Unione sovietica, combatté nella “missione internazionalista” in Angola. Ferito diverse volte in combattimento, nel 1980 era tra i militari di guardia all’ambasciata del Perù, nel tentativo di impedire la fuga di massa dei cosidetti “marielitos”. Costretto a lasciare le Forze armate per i postumi delle ferite in Angola, si iscrisse all’università e ottenne una laurea in Psicologia. Ma dopo la fucilazione del generale Ochoa, suo antico comandante, lasciò per protesta il Partito comunista. In galera finì una prima volta nel 1995, dopo aver denunciato per corruzione la direttrice dell’ospedale pediatrico in cui lavorava. Creatore di un’agenzia di stampa indipendente, più volte aggredito da agenti del regime, dal 1995 in poi si è messo diciannove volte in sciopero della fame. Nel 2005 addirittura per sette mesi, chiedendo la libertà di accesso a Internet per tutti i cubani. L’ultima protesta è iniziata il giorno dopo la morte di Zapata, e ha come obiettivo la liberazione di ventisei prigionieri politici in gravi condizioni di salute. “E’ ora che il mondo si renda conto di quanto questo governo è crudele, e ci sono momenti nella storia dei paesi in cui ci debbono essere martiri”. Anche Fariñas è negro.

E’ negro anche Bonne: ingegnere e professore, fu uno dei quattro arrestati nel 1997 per “azioni contro la sicurezza nazionale dello stato cubano” e “sedizione”: aveva diffuso uno scritto sul quinto congresso del Partito comunista cubano. E’ negro Manuel Cuestua Morúa: un leader del dissenso di ispirazione socialdemocratica vicino alle sinistre europee, in passato accusato da altri dissidenti di essere troppo morbido col regime. Ma sul caso Zapata è stato durissimo: “Se la sono presa con lui perché era negro!”. E’ negro Juan Carlos González Marcos “Pánfilo”: disoccupato e alcolista, nei mesi scorsi, grazie a YouTube, aveva fatto ridere mezzo mondo per come aveva cominciato a irrompere sugli schermi, reclamando in modo sconclusionato contro la fame dei cubani: condannato a due anni, è stato rilasciato ma sotto stretta sorveglianza. E’ negro il medico Óscar Elías Biscet: cattolico antiabortista condannato a venticinque anni, perennemente in cella di punizione. E’ negro Darsy Ferrer, condannato con la pretestuosa imputazione di “acquisto illegale di cemento al mercato nero”. Ed è negro Jorge Luis Pérez “Antúnez”: dopo diciassette anni di carcere per “propaganda nemica orale” vive tuttora assediato dalla polizia politica. “Come Zapata, anch’io sono stato torturato per il colore della mia pelle”, denuncia.

“Questa rivolta dei negri è l’aspetto nuovo”, spiega al Foglio Carlos Carralero, scrittore esule in Italia e presidente dell’Unione per le libertà a Cuba, che ha inviato all’Unione europea una protesta sull’“intolleranza feroce del regime dei fratelli Castro”. Carralero ricorda tra questi “negri ribelli” anche Juan Almeida García: ora coordinatore del suo gruppo, figlio di quello che fu il numero tre e il negro più illustre del regime, il comandante Juan Almeida Bosque. Carralero dice che “a Cuba, in questo momento, ci sono sei-settemila dissidenti dichiarati. I prigionieri politici nessuno sa quanti siano veramente, neanche Elizardo Sánchez”. Ovvero il promotore di quella Commissione cubana dei diritti umani e riconciliazione nazionale, che cerca affannosamente di tenere il conto basandosi sulle testimonianze dei detenuti liberati. “L’ultima stima era di 211”. Carralero ce ne ricorda un altro in pericolo di vita: Ariel Sugler Tamayo, cui tre anni di detenzione hanno fatto perdere sessanta chili. “Ha terribili problemi di reni, emorragie intestinali, tonsillite cronica, il fratello dice che ha tutti gli organi compromessi”.

“Il sacrificio di Orlando Zapata ha segnato un prima e un dopo nella lotta per i diritti umani”, dice Antúnez. “Molti che hanno sempre appoggiato il sistema totalitario adesso si interrogano su che tipo di regime è questo che definisce terrorista chi muore di sciopero della fame”. “La gioventù sa che in questo sistema non ha più futuro”. “La supposta liberalizzazione di Raúl non è stata che un’illusione creata dai media stranieri”, ci dice infine Yoani. “I pochi ritocchi cosmetici non hanno potuto influire veramente nella vita privata. La gente, che pure aveva molte aspettative, è rimasta delusa. E per questo la repressione è aumentata”. D’altronde, ogni tentativo autentico di riforma non farebbe che precipitare la crisi. “Raúl non è stato eletto dal popolo, ma ha ricevuto un feudo per il quale risponde a chi glielo ha dato. Al fondo, il suo obiettivo è solo guadagnare il tempo che gli serve per concludere la sua vecchiaia in pace e morire nel suo letto, senza dover fuggire in esilio o essere chiamato in tribunale a rendere conto”.

Molti attribuiscono a Raúl Castro una propensione per il modello cinese: un’apertura economica accompagnata dal mantenimento dell’autoritarismo politico. “E’ un’alternativa che avrebbe potuto essere costruita a partire dalle riforme economiche del 1994, quando fu consentito ad esempio di aprire i ristorantini privati”, spiega Yoani. “Ma poi, su chi aveva guadagnato qualcosa con il proprio lavoro si sono sempre abbattute periodiche sfuriate ‘antiborghesi’, l’economia è tornata a essere centralizzata, e anche sull’ultima apertura in agricoltura pesano questi precedenti. Non c’è certezza del diritto, la gente non sa se guadagnando e comprandosi così una macchina o una casa non finirà per essere punita e riespropriata come ‘profittatrice’. D’altra parte noi siamo cubani, non cinesi. A Cuba non c’è una cultura che possa continuare a tenere la gente sottomessa, una volta che le forze produttive vengano liberate”.




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