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Come “vincere” un figlio alla lotteria
di Valentina Fizzotti
Tratto da Il Foglio del 18 marzo 2010
Roma. L’appuntamento era per ieri alle 18. 30, Hotel Millennium Gloucester, nel quartiere londinese di South Kensington.
Le coppie presenti (quasi tutte over 40 e 50) si sono sorbite un seminario su quanto è bella e miracolosa la fecondazione artificiale, ma un’oretta di indottrinamento si sopporta se in palio c’è una gravidanza in provetta. E’ la famosa riffa organizzata da una clinica americana, il Genetics & Ivf Institute di Fairfax, in Virginia, in collaborazione con il Bridge Center di Londra, che ha assegnato a una coppia un ciclo di fecondazione in vitro gratis, ovulo compreso, nella libera America. Non un ovulo qualunque: la clinica ha un meraviglioso catalogo di donatrici fra i 19 e i 32 anni, nessuna in sovrappeso, da scegliere in base al colore degli occhi, dei capelli (c’è anche il ramato, per i sofisticati) e della pelle. Con la “ricerca avanzata” si selezionano anche altezza e gruppo sanguigno. Sul sito si possono consultare le foto delle donatrici da bambine, quelle più recenti soltanto quando si sarà deciso di proseguire. Serve a concepire figli il più possibile simili ai futuri genitori, ma tutti finiranno per scegliere donatrici-modelle. Tutte molto intelligenti, assicurano, studentesse o laureate, madri perfette per una perfetta selezione della specie. Le “donatrici”, però, non sono mosse da generosità: per una “donazione”, a seconda della propria abilità nel trattare, si ricevono anche 12 mila dollari.
In Inghilterra, così come per la normativa europea, la compravendita di ovociti è vietata. Lì chi regala un ovulo prende un rimborso di 250 sterline, ma donare non è una passeggiata: è necessario farsi bombardare di ormoni (ogni donna fertile produce naturalmente un ovulo al mese, troppo poco per andar sul sicuro), assentarsi dal lavoro, subire un intervento e poi spesso avere complicazioni. Così le donazioni scarseggiano e per arrangiarsi (e aggirare la legge) il Bridge Center ha deciso di fare un accordo con la clinica della Virginia e istituire la riffa. In più, fra le coppie attratte dal premio in provetta, probabilmente ci saranno futuri clienti, che sborseranno fino a 13 mila sterline a tentativo. “Ma che cosa si racconterà un giorno al bambino che dovesse scoprire di essere stato vinto a una lotteria? – dice Josephine Quintavalle del think tank britannico Core che si occupa di fertilità – Il prossimo passo sarà il tre per due al supermercato”. Il direttore del centro londinese, Mohamed Menabawey, non ci trova niente di strano. Dice che “così fanno gli americani”, in fondo tutti mangiamo McDonald’s come loro. La joint venture per ora ha avuto dieci prenotazioni per il pacchetto completo nei prossimi tre mesi, ma le due cliniche puntano a venticinque contratti al mese.
Celia, una donna in carriera che vive nelle Midlands inglesi, a Natale ha ricevuto due ovuli dall’America. Ora ha due gemelli. La sua donatrice, ha raccontato al Sunday Times, ha 27 anni, le assomiglia molto e i suoi ovociti sono a colpo sicuro: già quattro bambini per tre gravidanze. Ma non dirà mai al suo bambino come è nato. Nemmeno la coppia gay canadese che ha usato gli ovuli di Heather, una ragazza di Toronto, parlerà di lei al proprio figlio, ma vuole assolutamente dargli un fratello. Heather ha raccontato la sua storia, esempio perfetto di come si aggira una legge, al magazine Walrus. Dal 2004 in Canada è proibito vendere ovociti, ma mancano le linee guida sui rimborsi per le donatrici. Per quell’ovulo, nel 2003, lei prese cinquemila dollari dal CReATe Fertility center di Toronto. Per il fratello ne ha chiesti settemila: “Prezzo equo”, la sua compagna di stanza era riuscita ad arrivare a 15 mila. Anche Ania, sposata con un uomo sterile, è finita al CReATe dopo tanto peregrinare. A trovarle una donatrice è stata un medico che si è trasferita in Florida dopo il passaggio della legge canadese in materia. Il passaggio è semplice: la futura madre paga un’agenzia, che a sua volta paga la donatrice. Sulla fattura di Ania la parte di spese per la donazione era di 2. 500 dollari, ma il totale arrivava a più di 12 mila: il resto erano spese legali, parcelle dello psicologo, la camera, un’assicurazione, un regalo di ringraziamento per la “donatrice”. Per aver donato i suoi ovuli Heather ha rischiato di morire per una pericolosa sindrome da iperstimolazione ovarica e il secondo tentativo è fallito. Per sua madre, Bette, a sua volta donatrice in passato, Heather è stata sottoposta a un “ricatto” affettivo dai due “padri”, che le hanno fatto recapitare tramite un’agenzia specializzata in questo tipo di legami una lettera strappalacrime. La clinica ha risposto che Heather aveva fornito il proprio consenso informato. Quando le hanno chiesto di provarci ancora una volta hanno parlato subito di soldi e lei si è offesa, poi ha chiesto diecimila dollari. La coppia ha deciso di tagliare fuori l’agenzia e ne ha offerti tremila, senza intermediari. Heather si è di nuovo bombardata di ormoni, fino a quando un medico le ha ordinato di smettere: donare altri ovuli l’avrebbe probabilmente uccisa.