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Gianni Letta al telefono non delinque, mormora cose incomprensibili o dice che “proverà a cercarlo”. Ma la Repubblica lo sbatte in titoli mozzorecchi come se avesse stuprato una tigre siberiana al parco
di Giuliano Ferrara
Tratto da Il Foglio del 18 marzo 2010
Gianni Letta è di vecchio stile andreottiano, se ne impipa, non replica, detesta le smentite, precisazioni, rettifiche. Il lavoro sporco e inutile di chiedere conto della diffamazione nei suoi confronti tocca a noi. Tempo addietro notammo un titolo di Repubblica in pagina interna, ma a tutta pagina: “Appalti, la rete di Letta”. Il testo dell’articolo diceva che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il presidente operativo, aveva informato Guido Bertolaso, capo del servizio di Protezione civile e suo collega sottosegretario, di una procedura di infrazione a Bruxelles sui lavori del G8. Bertolaso gli aveva risposto che la cosa non riguardava gli appalti ma questioni ambientali, Letta aveva chiesto se il ministero dell’Ambiente fosse intervenuto a difesa, Bertolaso aveva detto che molti funzionari dell’epoca di Alfonso Pecoraro Scanio, predecessore ulivista della Stefania Prestigiacomo, erano ostili al governo e non avevano alcuna voglia di difenderlo, cose così, normali, routine conversativa decente e legittima, ovviamente intercettata e pubblicata, tra sottosegretari cui risaliva la responsabilità di organizzare il G8. Il titolo doveva essere: “Letta al lavoro per il G8”. Ma voi capite che “la rete di Letta” in fatto di appalti dava tutto un altro gusto alla notizia. Un gusto non troppo sottilmente diffamatorio.
Ci risiamo. Ieri la prima pagina di Repubblica tirava in ballo Letta con questo altro titolo: “Rai, nelle telefonate spunta Letta”. Sapete che gli appalti come scandalo sono un po’ giù di corda, fanno notizia soltanto i ripetuti arcigni dinieghi opposti alle richieste di scarcerazione degli indagati né si intravedono per il momento malloppi, tangenti, manifestazioni di corruzione più concrete di varie raccomandazioni, familismi e altri gravi inestetismi di atmosfera consortile o combriccolare. Oggi, come sapete, si portano più gli scandali telecom e, novissimi, quelli nati dalle intercettazioni di Trani sulle pressioni del capo del governo nei confronti di un membro dell’Autorità delle comunicazioni. Berlusconi al telefono dovrebbe mettersi il bavaglio che vorrebbe mettere a Santoro in televisione, ma è anche vero che la sua avversione al conduttore che manda in onda la sua vita privata e le moleste calunnie di uno Spatuzza, oltre che prevedibile e perfino giustificabile, era nota e stranota. Per rafforzare il pacco, ecco dunque spuntare Letta nei nastri che determinano e fissano reputazioni e buon nome di ciascuno nel salottone degli intercettati.
L’articolo riferisce di Giancarlo Innocenzi, docile ma ineffettuale membro berlusconiano dell’Autorità, il quale, terrorizzato dai cicchetti brutali del Cav., si rivolge disperato a Letta e lo implora, “come ultima spiaggia”, di chiamare Corrado Calabrò, presidente dell’Authority, e di indurlo a offrire a Mauro Masi, direttore generale della Rai, il destro istituzionale per bloccare gli eversori di Annozero (e gli insulti a lui stesso del capo). Le due prime risposte di Letta sono grugniti indecifrabili, probabilmente un “che due palle”. Poi scatta un criminalissimo: “Proverò a cercarlo”. Non un: “Lo cercherò”, che già non sarebbe da ergastolo, ma un: “Proverò a cercarlo”, che per chi conosca il linguaggio di Letta vuol dire abbastanza chiaramente: “Non mi rompere più con questa storia”. Il titolo avrebbe dovuto essere, in un riquadrato a pagina cinque: “E Letta scansò il problema Innocenzi”. Invece è: “Rai, nelle telefonate spunta Letta”. Quello “spuntare” com’è promettente, radioso, albeggiante, originario, che gusto e retrogusto di imbroglio in incubazione lascia percepire al lettore, quanto è poco sottilmente diffamatorio. “Campagna di calunnie, spunta Ezio Mauro”: ma vi sembrano titoli di un giornale serio?
Qui sotto cerchiamo di capire quali possano essere le ragioni politiche di una simile scorrettezza, che smentisce tra l’altro un’epoca celebre di fair play del gruppo Espresso verso un Letta da sempre giustamente considerato collaboratore leale dell’Arcinemico ma forte di un suo codice personale inappuntabile, e ambasciatore, e mediatore inviso piuttosto a qualcuno dei “suoi” che non a quelli dell’altra parte, sempre considerati interlocutori affidabili, che ricambiano, di un discorso pubblico e privato mai sospeso nonostante il teatro della discordia e le sue leggi spettacolari. Ma a parte la politica, c’è la questione della serietà professionale, o almeno della credibilità. Repubblica maneggia armi pesanti, non è un giornalino di attacco e basta, una feuille de chou costruita sulla diffamazione sistematica della gente di palazzo. Non abbiamo niente da eccepire quando si scatena, nell’incandescente atmosfera elettorale, per di più, sulle intercettazioni di Trani, che danno molto da pensare e fanno molto ridere. Ma se Letta avesse stuprato in un parco una tigre siberiana, il titolo non avrebbe potuto essere più campeggiante, più duro, più linciatorio: “Stupri di animali, spunta il nome di Letta”. Leggere poi nel pezzo che il sottosegretario stava giocando con il gatto di pezza di un nipotino sarebbe stato traumatico e anche risibile parecchio. O no?
Rep. vuole travolgere l'uomo di ogni mediazione. C'entra qualcosa CDB?
Roma. Il tradizionale spazio di fair play che negli anni si era costituito intorno a Gianni Letta, figura di mediazione tra lo stato, il centrosinistra e il berlusconismo rampante, sembra essere saltato. Gli attacchi di Repubblica cominciati con la storia – sgonfiatasi – di un presunto coinvolgimento del sottosegretario nella vicenda degli appalti alla Maddalena e proseguiti, ieri, con un titolo su quattro colonne (“Rai, nelle telefonate spunta Letta”) per molti osservatori segnano un passaggio decisivo nei rapporti tra la gauche debenedettiana e quello che da sempre, anche dalle parti del gruppo l’Espresso, è stato considerato il berlusconismo dal volto umano. Che cos’è successo? Perché è saltato il fair play? Chi conosce Carlo De Benedetti, editore (non del tutto puro) di Repubblica, e ha occasione di frequentare anche Gianni Letta, si è fatto qualche idea. Non c’è solo la linea editoriale di accesa ostilità a Silvio Berlusconi e al suo mondo politico; questo non basterebbe infatti a spiegare il tiro ad alzo zero su una figura “protetta”: uno che è stato sempre, anche per scelta editoriale, tenuto fuori dalla mischia. Così tra i più maliziosi dei bene informati si sussurra di delusioni per via di permessi negati per attività imprenditoriali. Si parla della partita intorno ai vertici delle Generali e si segnala – anche – come tanto abbia influito l’approdo di Paolo Garimberti, ex giornalista di Repubblica e già collaboratore delle reti Fininvest, alla Rai. Il giornalista ha a lungo rappresentato il canale di contatto diretto tra CDB e Letta, di cui Garimberti, per il tramite di Gianni Battistoni (dell’omonima sartoria romana), è amico da anni anche per la comune frequentazione del circolo Canottieri Roma. Lasciata Repubblica e divenuto presidente della Rai, Garimberti non svolge più il ruolo di cerniera tra i due. “E si vede”, dicono i frequentatori dei salotti romani.
Sullo sfondo ci sarebbe anche il risiko delle Generali, con il possibile arrivo alla presidenza di Cesare Geronzi. L’attuale presidente di Mediobanca, in rapporti cordiali con Letta, sembra sia un avversario di De Benedetti. Chissà. E’ tuttavia una lunga partita, questa, che finisce inevitabilmente col mescolarsi alla famosa questione del risarcimento milionario, per l’esattezza sono 750 milioni di euro, che Berlusconi è stato condannato a risarcire alla holding Cir di De Benedetti nella controversa vicenda del lodo Mondadori. Messaggi in codice, o quasi. Tutto concorre, nelle ricostruzioni malevole, ad accatastare, sulla pira del conflitto aperto, ragioni non solo politiche per le quali Gianni Letta sia candidato a diventare un bersaglio. Senza dimenticare, aggiungono alcuni lettori attenti di Repubblica e degli smottamenti di potere negli equilibri interni al gruppo l’Espresso, che la scomparsa di Carlo Caracciolo, ormai quasi due anni fa, ha rafforzato, e molto, l’ala più aggressiva di Largo Fochetti. Era il principe a smussare, a cercare mediazioni e spesso – dicono – “a far ragionare De Benedetti”. Non sono in pochi, anche tra i gauchisti, a dire che “la Repubblica di Carlo Caracciolo era un giornale più aperto”.
Questo sembrano pensarlo in tanti anche nel Partito democratico, nelle cui file nessuno asseconda l’attacco al gran ciambellano del Cav., al diplomatico cui arride il Quirinale e a cui si fa sistematicamente riferimento, dall’opposizione, per raggiungere Berlusconi: l’uomo di cui si dice che non abbia “mai neanche un solo pensiero spettinato”. Se l’inchiesta della procura di Trani, presa seriamente da Repubblica, è accolta con freddezza e “tanta cautela” (Nicola Latorre), nel partito guidato da Pier Luigi Bersani il coinvolgimento forzoso con il quale il quotidiano ha voluto tirare dentro Letta viene accolto con preoccupazione. Per capirlo, al Foglio è bastato un piccolo sondaggio alla Camera, in Transatlantico. “L’inchiesta pugliese appartiene alla patologia della magistratura italiana e questo ormai mi sembra chiaro”, dice Francesco Tempestini, ex socialista ora ascrivibile all’area bersaniana del Pd. L’onorevole riflette umori diffusi tra i colleghi. E quanto a Letta dice: “Il Pd deve resistere. Non dobbiamo farci trascinare in una guerra pericolosa per le istituzioni. Se Repubblica pensa di distruggere tutto attaccando una figura della mediazione come Gianni Letta, non va assecondata. Ma ci troviamo in una condizione difficile, nella quale si dovrà conciliare l’intransigenza con il rispetto dell’avversario”. Anche Paola Concia è d’accordo: “Attaccare Letta, tanto più se nelle intercettazioni non c’è nulla, vuol dire cercare un clima da guerra civile”. Ecco. Ma c’è anche un paradosso: sondati anche gli ambienti del Pdl, da quelle parti al sottosegretario non arriva altrettanta solidarietà.