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di Adolfo Scotto Di Luzio
Tratto da Il Riformista del 17 marzo 2010
L’aspetto singolare del dibattito sull’astensionismo è la sua provenienza tutta romana.
E non è un tratto di poco conto, perché rivela una persistente incapacità della capitale a garantire un centro al Paese. La Seconda Repubblica si era inaugurata al grido di «Roma ladrona». A Milano, il 13 dicembre dello scorso anno, Berlusconi fu colpito e si rialzò, il volto insanguinato, a fronteggiare la folla e il suo aggressore con un gesto che fece scalpore. A Roma, invece, le beghe interne al suo partito lo hanno fatto ruzzolare, impigliandolo in una rete di piccole trame da sottobosco della politica. Il capo questa volta non ha il volto insanguinato, ma fa una gran fatica a rialzarsi e, soprattutto, a ridarsi un contegno.
Incidenti di natura diversa naturalmente, ma che rivelano la costituzione simbolica dei luoghi e ne descrivono il posto che occupano nell’immaginario del Paese.
Questi simboli, e l’immaginario che alimentano, hanno a che fare con l’organizzazione della nostra vita pubblica e con il modo in cui abbiamo deciso debba funzionare la macchina della politica italiana. La crisi della capacità di comando di Berlusconi si manifesta a Roma più che altrove e prelude a una fuoriuscita dall’attuale impasse lungo la linea di una divaricazione delle componenti territoriali aggregate dal carisma del capo: una grande Lega al Nord, che sembra godere di una straordinaria disponibilità di Berlusconi a concedergli un vantaggio competitivo sul suo stesso partito, e una non meglio precisata formazione azzurra al Sud. In questo scenario, in cui la politica riproduce i termini della scissione italiana, è proprio il difetto di direzione e di comando a Roma e da Roma a risaltare.
Ora a me pare molto singolare che i principali protagonisti del dibattito sull’astensionismo siano tutti romani o insediati nella capitale, a cominciare dal direttore scientifico di Farefuturo, il think thank di Gianfranco Fini, che per primo ha posto la questione di una astensione elettorale di massa. È verosimile un incremento della percentuale di astenuti in una competizione elettorale, come quella per le regioni, che d’altra parte ha già alti tassi di diserzione dalle urne. Vale tuttavia anche la considerazione che questo astensionismo sarà soprattutto, come accade di solito, meridionale.
Il punto, in questa bizzarra discussione italiana, non sta nel numero di quelli che non andranno a votare, se saranno tanti, di più che in passato o chi lo sa. Conta invece l’ errore percettivo di chi guarda il Paese dall’ angolo visuale della politica romana e proietta sul Paese la propria difficoltà a trovare a Roma una risposta adeguata alla crisi della attuale leadership politica italiana. Da questo punto di vista, tutte le analisi che scambiano l’astensione per una risposta attiva del cittadino deluso dallo spettacolo inglorioso della classe politica sono il tentativo di affidare all’eventuale renitenza elettorale degli italiani un compito che spetterebbe proprio a chi l’astensionismo lo promuove o almeno dice di comprendere: fornire un’alternativa politica.
Il dibattito sull’astensionismo appare così per quello che è: un patetico tentativo di mimetizzazione di componenti di quella stessa oligarchia che si dice, e certamente è, screditata agli occhi dei cittadini. Dal tronco di questa classe politica si vanno di questi tempi staccando dei pezzi che, incapaci di fornire risposte differenti, scommettono sulla disaffezione politica degli italiani e sperano di potersene intestare in qualche modo il risultato. L’astensionismo riflette l’impasse intellettuale di chi in questi anni non è stato in grado di elaborare una risposta convincente alla crisi delle strutture politiche e culturali dell’Italia repubblicana, e oggi spera di darsi una prospettiva sullo sfondo della crisi morale della classe politica di cui pure fa parte.
Edificato su queste basi, il nuovo non lascia sperare niente di buono per il futuro. Soprattutto perché predicando il non voto come obiezione di coscienza si dovrebbe poi spiegare come mai la crisi riguardi oggi più il partito che il suo capo, chiami in gioco più la responsabilità dei dirigenti centrali che la capacità di tenere il consenso in periferia, Roma più che la base territoriale della forza berlusconiana al Nord.
Non basta stare a Roma e dirigere una fondazione per occupare il centro politico e culturale del Paese. Un centro è l’esito di una costruzione culturale. La parola d’ordine dell’astensionismo dice che è proprio questa elaborazione che è mancata e che continua a mancare al nostro Paese.