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Tredici anni dopo che è stata venduta, il Consiglio di Stato dice che non si doveva farlo • Adesso è certo un solo fatto: non si sa proprio che cosa fare
di Giulio Genoino
Tratto da Italia Oggi il 17 marzo 2010
Dunque, abbiamo scherzato. La Centrale del latte di Roma non doveva essere venduta in quel modo. Quel che fece il Campidoglio nel '98, tredici anni fa, fu un sopruso: che va lavato a suon di risarcimenti.
L'ha deciso il Consiglio di Stato, ponendo fine (ma è già chiaro che non sarà una vera fine!) a una sequela di cause giudiziarie e amministrative promosse nel 2000 da una piccola società lattiero casearia romana, la Ariete Latte Sano, che aveva tentato di prender parte alla gara contrastando la strapotente Cirio senza riuscirvi e che, dopo l'immediatamente successiva cessione dell'intero comparto latte della Cirio alla Parmalat (vietata dal capitolato di privatizzazione che prevedeva una stabilità proprietaria di cinque anni) aveva impugnato l'intera procedura davanti al Tar.
Dunque è vero: il numero 13 mena gramo. Giuda era il tredicesimo a tavola; l'Apollo 13, lanciato alle 13:13 dell'11 aprile 1970 (11/4/70 = 13) esplose in orbita; in Formula 1 non corre alcuna vettura col numero 13 eccetera. Il 13 al totocalcio è l'eccezione che conferma la regola.
La tormentata vendita della Centrale del Latte di Roma la conferma in pieno.
Sia chiaro: il “niet” del Consiglio di Stato è un dramma, ma non è una cosa seria. I tempi di questa pseudo-giustizia sono tali da rendere tutto ingestibile, sempre. Già, perché la sentenza dispone la nullità della cessione: il che in teoria significherebbe che Gianni Alemanno, sindaco di Roma, dovrebbe trovare i soldi da restituire alla Parmalat ottendo, in cambio, la restituzione dell'azienda, dovrebbe rifare la gara per la privatizzazione e a quel punto aspettare offerte.
Ed è quel che il sindaco di Roma probabilmente cercherà di fare, perché, per esempio, offrire ai circa 4 mila allevatori romani che ogni giorno forniscono il latte alla maxi-azienda la possibilità di diventarne comproprietari sarebbe politicamente molto allettante. Ma la complessità delle procedure necessarie per riuscire in una simile quadratura del cerchio fa tremare il più esperto degli avvocati amministrativisti e, soprattutto, proietta nel futuro una tale, ulteriore alea di incertezza da travalicare e di molto la durata del mandato elettorale in corso del sindaco.
Comunque, ammesso e non concesso che Parmalat fosse disponibile a restituire il “maltolto” (ed ha già fatto sapere di non essere per niente d'accordo) Alemanno dovrebbe sborsare circa 150 milioni di euro, per poi eventualmente rivendere il tutto recuperandoli con una nuova e successiva privatizzazione.
Del resto, anche la Parmalat può trincerarsi dietro al fatto che dovrà essere nuovamente il tribunale a sciogliere alcuni enigmi legati all'esecuzione della sentenza: altri 13 anni? Insomma, con questi tempi la giustizia inacidisce. Il che parlando di latte è come bestemmiare.