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di Stefano Magni
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 10 marzo 2010
Il 7 marzo il 62% dei cittadini iracheni si è recato al voto dopo un mese di campagna elettorale.
Si sono registrati attentati a Baghdad, Baaquba, Falluja, Mosul che hanno provocato 40 morti. Ma queste azioni terroristiche non hanno fermato il voto. Sono state le prime elezioni «normali». Dove la voce mortale di Al Qaeda si è fatta sentire, ma non è stata decisiva. Dove i candidati si sono presentati numerosissimi, con programmi variegati e manifesti colorati, senza la pretesa di essere i salvatori della religione o dell'etnia d'appartenenza. Sono state elezioni in cui le coalizioni erano multietniche, multireligiose, pronte a disfarsi e a rifarsi in mille modi nei mesi di negoziati che seguiranno i risultati del voto popolare.
Al Maliki, l'attuale primo ministro arabo sciita, è in testa in tutti i sondaggi, alla guida di un'alleanza (Coalizione per lo stato di diritto) che include anche sunniti, curdi e cristiani. Si sa già che non potrà guidare il governo da solo. Sarà un mercato arabo, come è prevedibile. Molto meglio questo caos del 2010, però, rispetto all'ordine apparente del 2005. Allora, nelle prime libere elezioni del paese, la popolazione era andata alle urne in modo molto più massiccio, i candidati e i partiti iscritti erano meno numerosi, le coalizioni molto più omogenee. Ma non si trattava di maggior maturità o disciplina, bensì di maggior attaccamento alla propria etnia e religione. L'Iraq era appena uscito da un trentennio di dittatura, solo nominalmente «laica», ma di fatto settaria, portavoce dei soli musulmani sunniti, nemica della maggioranza sciita del paese. Nel 2005, due anni dopo la caduta di Saddam Hussein, bandito l'ex partito unico Baath, i sunniti boicottarono il voto in massa: quelle elezioni furono la vendetta sciita contro il vecchio padrone decaduto. Oggi, al contrario, sciiti e sunniti coesistono non solo nella Coalizione per lo stato di diritto, ma anche nel Movimento nazionale iracheno e nell'Alleanza per l'unità dell'Iraq.
Cinquecento sunniti erano stati esclusi dalla candidatura perché accusati di collusione con l'ex Baath. Questo episodio, a cui avevano fatto seguito sanguinosi attentati contro pellegrini sciiti, aveva fatto temere il peggio. Ma nell'elettorato non si sono registrati boicottaggi di gruppi etnici o religiosi. Nelle aree sunnite la gente è andata al voto regolarmente: 62% nella provincia di Anbar (contro il 2% del 2005), 70% in quella di Diyala, 67% in quella di Salaheddin. «Il resto del Medioriente è ancora in una fase di infanzia politica - dice al New York Times un cittadino iracheno, la cui famiglia è stata massacrata in più di un attentato -. Arabia Saudita, Siria, Iran, anche il Libano sono nella loro gioventù. Ma noi abbiamo passato questa fase della politica in cui ti chiedi "chi sei". Queste elezioni sono quelle della politica del "che cosa vuoi". E noi vogliamo la fine del settarismo».
Le acque si stanno calmando anche tra gli sciiti. Moqtada al Sadr, esponente dello sciismo più radicale e filo-iraniano, leader della guerriglia che mise a ferro e fuoco il sud del paese dal 2004 al 2008, è letteralmente scomparso dalla scena. I suoi seguaci, che hanno rinunciato alla violenza due anni fa, sono ora integrati nella coalizione dei partiti sciiti, l'Alleanza nazionale irachena. Alcuni di loro si sono addirittura candidati in partiti a maggioranza sunnita. «Sono un patriota, prima di tutto - dice un ex guerrigliero sadrista al New York Times, ora candidato per il Blocco iracheno di Ayad Allawi -. Gli iraniani hanno più o meno rapito Moqtada al Sadr e così mi sono schierato contro di loro». «Come sciita sento sempre un certo legame con l'Iran - dice una candidata veterana sciita, Salaam Smeasim - ma tra Iran e Usa, solo l'America è interessata alla libertà e ai diritti umani in Iraq».
Alla fine, dopo sette anni di violenze settarie e terrorismo, ai limiti della guerra civile, la popolazione irachena è molto più unita. Contrariamente alla previsione di chi si aspettava una progressiva disgregazione della società dopo la caduta dello «stabilizzatore» Saddam Hussein, il voto di domenica dimostra che più ci si allontana dalla violenza settaria della sua dittatura, più la popolazione vive in pace. Se nel 2005 avevamo ancora a che fare con un Iraq lacerato dalle divisioni religiose, ora abbiamo un popolo già molto più omogeneo. Sotto questo aspetto, l'esportazione della democrazia ha avuto pienamente successo.
Le elezioni del 2005 erano quasi interamente protette da eserciti stranieri. Queste del 2010 sono state garantite dalle forze armate irachene. Il nation building può considerarsi completo nel momento in cui il governo, monopolista tendenziale della forza, ha il controllo del suo territorio. Nel 2010 siamo quasi arrivati a questo obiettivo. Cosa che dà l'opportunità al presidente Usa Barack Obama di rinnovare la sua promessa elettorale: via tutti gli americani dall'Iraq entro la fine del 2011. Fatti salvi 50 mila uomini con funzioni anti-terrorismo e di addestramento alle truppe locali, gli altri possono rientrare negli Stati Uniti. Non tutti sono d'accordo sulla strategia di disimpegno. Nell'ultimo editoriale sull'Iraq pubblicato dal Wall Street Journal (Iraq's Remarkable Elections), ad esempio, Obama è accusato di estrema imprudenza: «Immaginate che cosa sarebbe successo se i nostri soldati si fossero ritirati completamente dalla Germania otto anni dopo la fine della seconda guerra mondiale o avessero abbandonato prematuramente la zona demilitarizzata della Corea». La risposta è facilmente intuibile: i sovietici avrebbero invaso la Germania (e il resto d'Europa) e i nordcoreani avrebbero occupato la Corea del Sud in poche settimane. In questo caso l'Iraq è minacciato, non da un'Unione Sovietica o da una Corea del Nord, ma dall'Iran, che non nasconde le sue mire egemoniche. Nessuno si attende un'invasione in grande stile, che provocherebbe l'immediato intervento americano, ma il Wall Street Journal ipotizza una «libanizzazione» dell'Iraq: la nascita di movimenti sciiti armati finanziati da Teheran e in grado di creare uno «Stato nello Stato», come Hezbollah nel Libano del Sud. D'altra parte, sin dal 2004, l'Iran ci aveva già provato foraggiando il movimento di Moqtada al Sadr.
Nonostante la comprensibile preoccupazione, c'è da dire che adesso è più l'Iran che l'Iraq a rischiare il «contagio» del vicino. L'Iran è retto da una dittatura sempre meno legittimata dal suo popolo. E gli iraniani hanno visto, nell'ultimo fine settimana, i loro correligionari sciiti votare liberamente per scegliere il parlamento e il governo. Anche sotto questo aspetto, l'esportazione della democrazia in Iraq ha avuto successo.
Un successo che inizia ad essere notato anche dalla stampa statunitense più incline ai liberal, la stessa che nel 2003 si era opposta all'intervento militare contro Saddam Hussein e che, fino a tutto il 2007, parlava con gran sicurezza di «sconfitta» nella guerra irachena. Il settimanale Newsweek, prima delle elezioni, ha avuto il coraggio di pubblicare la foto di Bush sulla portaerei Uss Abraham Lincoln, dopo il suo discorso del 1° maggio 2003. Quello della fine della guerra contro Saddam, divenuto famoso per lo striscione «Mission Accomplished» scritto e appeso dall'equipaggio, alle spalle del presidente, per festeggiare la fine del conflitto. Quelle due parole, «Mission Accomplished», sono state usate come slogan anti-Bush in tutti gli anni bui del dopoguerra iracheno, nel 2004, 2005, 2006. Adesso acquistano il loro vero significato. Il Los Angeles Times, altro giornale fieramente anti-interventista, ammette che «quando la storia sulla guerra americana in Iraq sarà scritta, il suo ultimo capitolo riguarderà le elezioni parlamentari di domenica. Il voto nazionale, in cui elettori sunniti e sciiti votano spalla a spalla, può essere il segno che una guerra durata sette anni è finita, anche se non sono terminate le violenze settarie nel paese». Il Los Angeles Times, nello stesso editoriale, non vuole comunque ammettere che Bush aveva ragione. Si legge infatti che «il successo delle elezioni non giustifica l'invasione statunitense, che è stata condotta in base a un falso pretesto (quello delle armi di distruzione di massa, ndr)». E non si capisce il perché non la possa giustificare, però.
Perché, tirando le somme: nel 2003 l'Iraq era retto da un violento dittatore anti-occidentale e alleato con gli islamisti, mentre nel 2010 c'è un governo democratico tendenzialmente filo-occidentale, o per lo meno non ostile. Nel 2003 i sunniti reprimevano e massacravano i curdi e gli sciiti, mentre nel 2010 gli sciiti, i curdi e i sunniti votano assieme per scegliere il loro parlamento e il loro governo. Nel 2003 l'Iraq stava diventando una vera e propria centrale operativa per il terrorismo palestinese, libanese e di Al Qaeda, mentre nel 2010 la rete di Bin Laden appare sconfitta e spezzata dopo sette anni di guerriglia. Nel 2003 Bush decise (convinto dall'allora segretario della Difesa, Donald Rumsfeld) di impiegare non più di 150 mila uomini per invadere e occupare l'Iraq. Allora fu accusato di incompetenza, ma con il solo impiego di 30 mila uomini in più, a partire dal 2006, la situazione è stata pacificata. Non è stato necessario l'invio di mezzo milione di uomini, come chiedevano alcuni neoconservatori come Bill Kristol. Né si è reso necessario il ritiro delle truppe dalle città, come suggeriva l'analista Edward Luttwack. Quindi, dopo sette anni, dopo queste elezioni, lo possiamo proprio dire: George W. Bush aveva ragione.