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di Mauro Mellini
Tratto da Giustizia Giusta il 15 marzo 2010
In una trasmissione televisiva dedicata al caso Tortora, il giudice Morello, componente del Collegio e Relatore della Corte d’Appello di Napoli che assolse Enzo, dopo la condanna a dieci anni inflittagli dal Tribunale, ha spiegato in poche battute che tutte le dichiarazioni dei pentiti erano rimaste senza riscontri obiettivi o con riscontri negativi.
Morello, in quel mare di abiezioni, di presunzione ottusa, di adorante omaggio ai più spregevoli ed impudenti pentiti, di solidarietà insistenti nei confronti delle peggiori malefatte processuali, si distinse certamente per obiettività e per un “eroico” (in quelle circostanze) rimettersi alla ragione.
Ma oggi in televisione (Morello ha pure il pregio di aver saputo a lungo tacere, come si confà ad un giudice) sembra non aver retto a quella che per tanti anni deve essere stata l’atmosfera di diffidenza e di sordo rancore nei suoi confronti per avere tanto osato. Ha quindi inteso di dover aggiungere che Tortora aveva fatto di tutto per rendersi antipatico (!!!) e, passando esplicitamente alla questione della “responsabilità” sua e dei giudici d’appello, ha pure aggiunto che era ingiusta la tesi (di cui aveva dovuto, evidentemente, sopportare il peso) che da quella assoluzione fosse scaturito il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e la campagna di delegittimazione di essi e dei pentiti (questo mi sembra abbia ben voluto sottolineare).
Ma, più significativo sembra sia quanto ha dichiarato circa l’”antipatia” di Tortora.
Tortora “ci aveva ricusato” (non è vero: aveva sollevato la questione del legittimo – nel caso, molto legittimo – sospetto ambientale, si pensi solo alla trionfale presentazione dell’autobiografia di Gianni il Bello al Circolo della Stampa) cosa molto diversa dalla ricusazione. E, poi, quella dichiarazione finale: “io sono innocente; mi auguro che lo siate anche voi” (cioè i giudici). Una vera provocazione, secondo Morello.
Lo ripeto. Comprendo Morello e la sua necessità, tra i magistrati, di “difendersi” in qualche modo da quella “terribile colpa” di aver fatto giustizia. E comprendo pure che nessuno, che io sappia, avendo mai detto di questi tempi ai suoi giudici di mettere in dubbio la loro innocenza, sia pure per augurarsi che sussista, una simile frase lo abbia turbato allora ed ancor più lo turbi oggi.
Ma, anzitutto, è mai possibile che un galantuomo di fronte ad un altro galantuomo, sottoposto alle più incredibili, ottuse, insistenti vessazioni, uno che aveva dovuto sopportare atroci accuse in base ad insensate rivelazioni di criminali incalliti e mitomani, che aveva visto infliggersi una pena pesantissima sulla base di inconcepibili presunzioni, potesse anche solo dubitare che quel così maltrattato galantuomo disperasse dell’innocenza di quanti (tanti) avevano così calpestato la sua persona, la verità, l’evidenza della verità?
Ma altro sentiamo il bisogno di affermare.
Il giudice, il Giudice con la G maiuscola, deve assolutamente porsi per primo il problema della sua innocenza.
Il precetto dei maestri della Scuola Medica Salernitana: “primum non nocere”, dovrebbe essere il primo precetto per chi è chiamato al duro compito di fare giustizia. Non nuocere al litigante, alle parti, agli imputati, ancor prima di applicare, in conclusione, nei loro confronti, il dettato della legge. Il giudice (come tanti che oggi se ne incontrano) che si propone di sputtanare l’indagato, il teste, il terzo estraneo, contravviene a questo fondamentale precetto. Il giudice che giudica per perseguire “ulteriori” finalità di promozione sociale, non solo scavalca la legge ed i suoi compiti e poteri, ma intenzionalmente nuoce alle parti (ed alla società). Il giudice che condanna senza l’assoluta certezza morale e giuridica della colpevolezza dell’imputato, “nuoce”, non è innocente, è in colpa e, magari, in “colpa con previsione” o versa, magari, nel “dolo eventuale”. Ciò anche a voler lasciar da parte i casi di dolo diretto, di volontà espressa di far cosa contraria alla verità ed alla giustizia (quella obiettiva, non quella soggettiva…).
Con quella invocazione (non provocazione) finale nel processo d’appello, Enzo Tortora rivolgeva ai giudici tutti, di allora e di oggi, di Napoli e di ogni altro luogo, l’espressione di un dubbio e di una speranza in cui si riassume quanto un popolo ha da chiedere alla giustizia che si vuole dare.
Giudici innocenti. Se li avessimo, se li avremo, potremmo e potremo dire che la “giustizia giusta” non è solo un sogno: si avvia ad essere ed è realtà. “Se”, naturalmente.