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Tratto da Avvenire del 14 marzo 2010
Torino. «Il governo, soprattutto se incoraggiato dal Consiglio superiore di sanità, ribadirà quello che ha sempre detto: il processo farmacologico della Ru486 deve svolgersi in ambito ospedaliero». Lo ha detto ieri a Torino il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi.
«Siamo in attesa – ha aggiunto – del parere del Consiglio superiore della Sanità», relativo alle indicazioni per l’uso della pillola abortiva Ru486 e atteso per metà marzo.
«Ma questo governo – ha ribadito – confermerà quello che ha sempre detto: il suo utilizzo deve avvenire sotto il pieno controllo e monitoraggio per la salute della persone. È un percorso non banale sotto il profilo etico, ma anche dal punto di vista medico». Sacconi ha sottolineato inoltre che «la legge 194, sempre difesa dal governo perché riduce il ricorso all’interruzione di gravidanza, rischia di essere messa in discussione qualora dovesse essere diffusa la pratica dell’assunzione della Ru486 al di fuori dal ricovero ospedaliero». Mentre Silvio Viale, ginecologo dell’ospedale S. Anna di Torino e primo sperimentatore della Ru486 in Italia, continua a ripetere che «il ricovero è un falso problema». E rifiuta a priori il parere che dovrà venire dal Consiglio superiore di sanità (era stato lo ministro della Salute Ferruccio Fazio all’inizio di febbraio ad annunciarlo): «Si attaccano al ricovero perché hanno perso la battaglia sulla Ru486 e cercano di scoraggiarne l’uso, con la complicità di finti esperti del Consiglio superiore di sanità». Il Consiglio superiore di sanità si era peraltro già espresso, nel 2004 e nel 2005, sull’utilizzo della Ru486 come strumento per l’aborto, e aveva concluso che le condizioni di rischio per la donna rispetto all’intervento chiurgico erano pari solo se l’intera procedura avveniva all’interno di una struttura ospedaliera. Dopo l’introduzione della pillola in Italia, voluta dall’Agenzia italiana del farmaco, il Consiglio dovrebbe dare un parere sull’utilizzo in conformità con la legge 194: il punto cruciale resta quello della possibilità di somministrare la pillola abortiva in dayhospital, con conseguenti dimissioni della donna, che verrebbe controllata solo a distanza e sarebbe in ultima analisi sola di fronte alla procedura abortiva.