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La bufera non fece danni in Vallicella

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Come l'Oratorio di San Filippo Neri sopravvisse al 20 settembre 1870
di Maria Teresa Bonadonna Russo
Tratto da L'Osservatore Romano del 14 marzo 2010

Pubblichiamo la sintesi di una delle conferenze tenute presso l'Oratorio Secolare di San Filippo Neri nell'ambito dei tradizionali "Sermoni".

La bufera del 20 settembre 1870 diede occasione per riflettere sulla vicenda plurisecolare dell'Oratorio dei secolari, ovvero del gruppo di laici che continuavano a praticare quel complesso di attività diverse, pensate da san Filippo Neri per provvedere al perfezionamento spirituale di chi voleva seguirlo, e che all'inizio del XVIi secolo, nel nuovo clima scaturito dal concilio Tridentino, era passato dalla gestione autonoma affidata ai propri membri a quella della congregazione.

Il 27 marzo 1871 un funzionario della giunta liquidatrice dell'asse ecclesiastico comparso alla Vallicella per procedere a un sopralluogo del Palazzo nell'ambito della ricerca dei locali necessari al trasferimento degli organi dell'amministrazione centrale dello Stato, lo aveva privato della sua sede - dove venne collocata la corte d'assise - e del suo patrimonio. Tuttavia la reazione immediata del suo rettore aveva costretto la stessa giunta ad assegnargli una rendita annuale di 4. 000 lire, in attesa di valutare esattamente l'ammontare delle sue rendite, perché aveva accolto la tesi che ne riconosceva la natura di istituto indipendente e autonomo rispetto alla congregazione, dotato di sostanze proprie derivanti da lasciti di benefattori che così avevano inteso assicurargli i mezzi per praticare le attività indicate da san Filippo.

A sconvolgere la situazione intervenne, nel 1881, l'iniziativa di un confratello, tale Filippo Meloni, che il 26 febbraio di quell'anno, durante una tempestosa assemblea convocata nel suo domicilio a Tor Sanguigna, fece dichiarare decaduto il rettore Agostino Monari, - eletto dai confratelli nel dicembre 1873 e da allora mai sostituito senza ulteriori riconferme - ottenne per se stesso l'investitura della carica, e diffidò la giunta dal versare al Monari la rata di 2. 000 lire a suo tempo stabilita e di cui stava per scadere il pagamento.

Così tutto venne messo di nuovo in discussione, perché l'esito positivo dell'azione giudiziaria promossa dal Monari, e che in prima istanza gli riconobbe il diritto di riscuotere la rata stabilita, condannando il Meloni alle spese processuali, venne annullato dalla sentenza del tribunale di appello che nel maggio 1882 decise che fosse sospeso ogni versamento in attesa delle conclusioni della giunta liquidatrice chiamata ad esprimersi sulla natura dell'Oratorio dei secolari: se di opera pia a fini assistenziali o di confraternita a fini devozionali. Questo chiarimento costituiva infatti la premessa utile a stabilire la sua corretta collocazione nell'ambito della legge che il 16 giugno 1873 aveva esteso all'ex Stato pontificio le disposizioni sulla soppressione delle congregazioni religiose in vigore nello Stato italiano già dal 1862.

Né la giunta liquidatrice, né la deputazione provinciale, cui il problema venne trasferito per competenza, riuscirono tuttavia a risolverlo, sicchè esso venne affidato all'indagine di un commissario di nomina prefettizia. La scelta - 16 gennaio 1883 - cadde su Quirino Querini, massimo studioso del tempo, profondo conoscitore della storia dell'assistenza romana. Il Querini, dopo aver ricostruito tutte le fasi di sviluppo dell'Oratorio, concluse che l'Oratorio stesso dovesse considerarsi un'opera pia, ma ne sottolineò contemporaneamente la sua natura laica, poiché così era stato concepito dal suo fondatore san Filippo. Così, grazie all' indagine queriniana, illustrata da un ampio corredo di sentenze e di dottrina giuridica, l'Oratorio, dopo tre secoli, tornò alle origini e vide garantita la sua sopravvivenza per il futuro.




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