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L'esclusione di Aung San Suu Kyi dal voto in Myanmar
di Francesco Citterich
Tratto da L'Osservatore Romano del 14 marzo 2010
Nuova prova di forza della Giunta militare che dal 1962 governa il Myanmar (ex Birmania) con il pugno di ferro. Dopo aver annullato l'esito delle ultime elezioni democratiche nel Paese - nel 1990, largamente vinte dall'opposizione - i generali hanno infatti lanciato un ulteriore guanto di sfida nei confronti di Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il principale partito che si oppone alla Giunta, e premio Nobel per la pace nel 1991.
Nell'ennesima - se mai ce ne fosse bisogno - dimostrazione di irremovibilità, il regime militare ha promulgato una legge che, di fatto, impedisce al leader dell'opposizione di presentarsi alle prossime elezioni legislative, previste entro la fine dell'anno. In base al drastico provvedimento, chiunque sconti una pena detentiva non può appartenere ad alcun partito politico. Una legge pretesto, confezionata su misura dalla Giunta militare per escludere dalla vita politica del Paese Aung San Suu Kyi, che ha trascorso gran parte degli ultimi venti anni agli arresti domiciliari. La scelta per l'Lnd è quindi molto chiara: se intende partecipare alle politiche deve espellere il premio Nobel dai suoi ranghi.
Il provvedimento dei generali obbliga così la Lega nazionale per la democrazia - pena la cancellazione del partito dai registri elettorali - a dispensare dalle legislative Aung San Suu Kyi, che sta scontando una condanna ad altri diciotto mesi di arresti domiciliari per aver ospitato nel maggio scorso un cittadino statunitense, pur essendo del tutto estranea all'iniziativa dell'uomo di raggiungere a nuoto la sua abitazione. Contestualmente, il regime militare ha deciso l'annullamento definitivo, attraverso un apposito decreto legge, dei risultati delle elezioni per l'assemblea costituente del maggio 1990, dove l'Lnd conquistò l'80 per cento dei seggi (392 su 485). Da allora, nel Paese asiatico non sono state più indette elezioni politiche. Dopo l'esito di quel voto, la giunta decise di sospendere l'assemblea, mise fuori legge tutti i partiti politici e istituì un consiglio di Stato per la restaurazione della legge e dell'ordine (sostituito nel 1997 dal consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo), reprimendo sistematicamente ogni manifestazione di dissenso.
In una dichiarazione ufficiale resa nota da uno dei suoi avvocati, Aung San Suu Kyi - figlia del generale Aung San, l'eroe nazionale che guidò la Birmania verso l'indipendenza dalla Gran Bretagna - ha detto che non si sarebbe mai aspettata la promulgazione di un provvedimento così repressivo, chiedendo al popolo e alle forze politiche di unirsi per combattere una legge unilaterale e ingiusta e auspicando un movimento popolare che scenda in piazza contro il regime. Nel maggio di due anni fa, la Giunta organizzò un referendum sulla nuova Costituzione - che legittimava il pieno potere dei militari, garantendo loro il controllo, attraverso il Parlamento nazionale, su un eventuale Governo eletto - assicurando che la consultazione avrebbe spianato la strada a elezioni multipartitiche nel 2010.
Secondo gli analisti, invece, il prossimo voto servirà solo a rafforzare il potere nelle mani dei militari. I dettagli della nuova legge elettorale - in cinque punti - saranno resi noti tra qualche giorno. La stampa statale ha però anticipato alcuni passaggi della prima parte. La commissione elettorale avrà il compito di delimitare le circoscrizioni e potrà annullare il voto in alcune di esse in caso di disastro naturale o ragioni di sicurezza, che possano in qualche modo pregiudicarne la regolarità. Si tratta, in pratica, di un organo federale che deciderà senza possibilità di appello e con il potere di disconoscere i risultati delle elezioni. Con questa clausola, i generali possono così facilmente cancellare con un colpo di spugna qualsiasi scrutinio elettorale non gradito. Il regime non dà dunque segnali di cedimento, dimostrando ancora una volta di non essere disposto a compromessi.
Anche se le vicende politiche e sociali del Myanmar si svolgono lontano dai riflettori internazionali, Onu e Stati Uniti hanno fatto sentire le loro voci di protesta. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha dichiarato che le nuove leggi non sono all'altezza delle aspettative per un processo elettorale inclusivo. Nel difficile tentativo di riprendere il dialogo tra militari e opposizione, ottenere il rilascio di tutti i detenuti politici e trovare le condizioni opportune al regolare svolgimento del prossimo voto, Ban Ki-moon - una delle poche personalità internazionali che la Giunta accetta di incontrare - aveva effettuato nel luglio scorso una visita ufficiale in Myanmar, Paese sottoposto a sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti e dell'Unione europea, volte soprattutto a colpire gli interessi personali dei generali. Nonostante due colloqui nella remota capitale amministrativa di Naypyidaw con Than Shwe, indiscusso leader della Giunta militare, la missione diplomatica si concluse con un nulla di fatto.
Il segretario generale dell'Onu era stato nel Paese del sudest asiatico per la prima volta nel maggio del 2008. In quell'occasione riuscì però a convincere i generali ad accettare gli aiuti internazionali in seguito alle conseguenze del passaggio del devastante ciclone Nargis, che provocò oltre 150. 000 vittime e danni incalcolabili.
Anche gli Stati Uniti hanno espresso forti dubbi sulle credibilità delle future elezioni in Myanmar. La nuova legge è stata infatti definita "spiacevole e deplorevole" da un portavoce dell'Amministrazione di Washington.