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Perché difendere l’esperienza di Formigoni

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L’infortunio lombardo è ben diverso dal pasticcio laziale, ma il caos delle liste ha danneggiato tutto il Pdl
di Oscar Giannino
Tratto da Tempi del 9 marzo 2010

Ci sarà un effetto nelle urne regionali dell’enorme can can che ha contrassegnato la presentazione delle liste? Ci sarà. E come potrebbe non esserci, scusate? Quel che il centrodestra può fare, è cercare di limitarne l’effetto. Ma i sondaggi dicono che si deve impegnare, per farlo. Perché di punti ne ha persi. Al Nord il Popolo delle Libertà ha perso consensi a vantaggio della Lega Nord, tanto che questa sarà sicuramente vincitrice, pensano tutti, comunque vadano le cose anche per il suo candidato in Piemonte. In Veneto e in Lombardia, e nello stesso Piemonte se per caso Cota non dovesse risultare vincitore, la Lega sembra, a quote dell’elettorato di centrodestra ormai maggiori che in passato, interprete di posizioni meno estreme sul secessionismo, più responsabili e concrete dal punto di vista amministrativo, per quanto sempre ben identificate dal punto di vista identitario in materie come sicurezza, immigrazione e tutela dell’economia nordista. Soprattutto, rispetto a ciò che ha determinato nuovi flussi di consenso nelle ultime due settimane, la Lega è stata immune dalle figuracce e dalle polemiche in materia di presentazione di liste. È stata pure leale nei confronti della coalizione, al di là del sorrisone iniziale sull’infortunio di Formigoni e sull’approssimazione totale di Pdl e Polverini a Roma, visto che al dunque ha affiancato Berlusconi tanto nella versione pugnace – il primo scontro al Quirinale con Napolitano giovedì 4 febbraio – quanto in quella più contenuta, il decreto legge dell’indomani firmato dal Capo dello Stato.

Oltre il consenso personale al premier
Per di più, accompagnando gli eventi con dichiarazioni da una parte pronte alla battaglia, dall’altra di apprezzamento per Napolitano. Sarebbe meglio per loro se tutte le componenti del centrodestra impegnate al voto traessero esempio dall’astuzia misurata di azioni e reazioni che la Lega è stata capace di mettere in campo. Lo dico apposta, sapendo che a molti lettori in questa sede la cosa andrà magari per traverso. Perché in Lombardia la battaglia di Formigoni e per Formigoni, non certo un pivello visto che è giunto al quarto mandato, costituiva e costituisce in realtà l’esperienza amministrativa più organicamente compiuta e di successo che l’intero centrodestra possa vantare in tutta Italia, nel suo quindicennio berlusconiano. Un’esperienza di ancora maggior valore – e orgoglio – proprio perché poi berlusconiana non è mai stata: né nel suo retroterra cioè nella sua radice politica precedente, né nella sua ispirazione etica e dichiaratamente cristiana, né nel suo modello di radicamento e consenso, ben diverso dall’aleatorietà del Pdl che quasi sempre dipende dai consensi personali al premier e alle sue più eclatanti prese di posizione nelle ultime settimane prima di ogni voto. Se c’era un elemento che distingueva nel centrodestra la Lombardia dal resto del Nord e dal Pdl in tutta Italia, era proprio la caratteristica di proporre un laboratorio del tutto distinto dal puro consenso al premier da una parte, e pressoché immune dalla conflittualità tra finiani e berlusconiani che a Roma ha impregnato di sé gli incidenti in sede di presentazione delle liste. Ora si potrà dire e pensare quel che si vuole sul fatto che la situazione, e la stessa spiegazione di quanto è avvenuto e che è poi stato rivisto dal Tar senza alcun riferimento al decreto legge nel frattempo varato dal governo debitamente controfirmato dal capo dello Stato, siano e restino comunque del tutto diverse.

La crescita leghista e il post Berlusconi
Ma quel che conta è che agli occhi della generalità dell’elettorato non lo sono state, e dunque non lo sono affatto. Tanto che, se dovessi dare un per altro giustamente non richiesto consiglio a Formigoni, in tutta amicizia e sincerità gli direi che secondo il mio modestissimo avviso d’ora in avanti e sino al voto non dovrebbe più fare alcun riferimento alle controversie sulle autentiche di firma, né mai riferirsi ai Radicali, e nemmeno – pensate un po’ – polemizzare con Di Pietro e la sua Italia dei Valori – che più di tutti si avvantaggerà di questo can can e dell’attacco allo stesso Quirinale, in nome dello “stop ai ladri di regole”. Rispetto a un successo della Lega sul Pdl che mi aspetto in molti centri anche grandi della Lombardia e non più solo nelle province, chi è convinto del valore “nazionale” del lungo esperimento Formigoni è chiamato in queste ultime settimane a un’opera erculea. Sembrava tutto scontato, ma è andata diversamente. Saranno i voti alla lista del presidente, ora, a dare misura e riconferma dell’irriducibilità lombarda, nel centrodestra, tanto al dato generale della crescita leghista che al braccio di ferro in chiave romana per l’eventuale post Berlusconi. Una parte di elettorato moderato è rimasta senza parole, di fronte prima alle liste respinte, e poi ai picchi di durezza istituzionale. O quell’elettorato viene rassicurato parlando di fatti concreti e sonanti, oppure il rischio assai forte è che non saranno altre polemiche, a convincerlo.




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