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Berlinguer: una legge in gran parte incompiuta

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L’ex ministro: ho voluto dare attuazione alla Costituzione • Anche sull'autonomia scolastica parla di «riforma bonsai, attuata al dieci per cento, e in cui purtroppo non credono gli apparati ministeriale e politico»
di Enrico Lenzi
Tratto da Avvenire dell'11 marzo 2010

È il «papà» della legge 62 varata dieci anni fa. Luigi Berlinguer, allora ministro diessino dell’I­struzione, oggi siede al Parlamento Europeo e continua a occuparsi di e­ducazione.

Cosa la convinse dell’opportunità e della necessità di giungere a quella legge?
«Il mio input è stato quello dell’at­tuazione di un principio costituzio­nale, in particolare di un gruppo di articoli (2, 3, 30, 33 e 34 ndr) che par­lano dell’attività educativa e dell’i­struzione a tutto tondo. Decisi che era necessario normare una parte che fino ad allora non lo era stata: il sistema nazionale d’istruzione. Il suo cemento è la natura pubblica della finalità di istruire, che è un be­ne pubblico. Poi c’è un altro punto che mi ha spinto molto in tale dire­zione: il diritto dello studente ad un trattamento equipollente indipen­dentemente dalla scuola frequenta­ta. E poi ho visto l’esperienza all’e­stero».

Cosa in particolare?
«Le scuole cattoliche in Libano e Si­ria, quelle in Giappone, l’Università cattolica di Betlemme. Tutte realtà frequentate dalla stragrande mag­gioranza di studenti non cristiani. Lì ho visto in concreto quello che mi disse il cardinale Pio Laghi, allora mio omologo vaticano: 'la cateche­si si fa in chiesa, non a scuola'. Ec­co perché ritengo che la legge 62 sia una legge laica, molto laica sulla pa­rità, perché afferma che lo studente di una scuola paritaria deve essere libero di aderire a qualsiasi credo re­ligioso, ma deve anche accettare il progetto educativo proposto dalla scuola. Progetto che deve essere pre­sente anche nella scuola statale».

Dieci anni sono un periodo ade­guato per un primo bilancio. Pre­vale ancora l’ottica statalista?
«Su questo tema continua a preva­lere un confronto ideologico che certo non aiuta a migliorare la si­tuazione. Oggi ritengo che la legge sia attuata al minimo delle sue po­tenzialità. Non si sono create anco­ra le condizioni di maturazione po­litica e psico-politica su questo ar­gomento. Non ci credono, la consi­derano estranea, il mondo ministe­riale, quello politico, il governo».

Pensa che la prevalenza della scuo­la cattolica sia stata un alibi, per un approccio equanime al discorso della parità in un’ottica laica? Ep­pure Lei qualche giorno fa in un convegno ha detto che 'senza cat­tolici, non si fa la laicità in Italia'.
«In realtà questo riferimento ri­guardava un vechio ragionamento del Pci - sempre valido - secondo il quale se nel nostro Paese si vuole affermare un am­pio tasso di laicità in tutti i problemi, nel ri­spetto del credo indi­viduale, occorre l’ap­porto a questo obbietti­vo da parte di tutti, lai­ci e credenti. Per la scuola, invece, parto dal principio che siccome la Costituzione preve­de il diritto di enti e privati di creare scuole occorre rispettarla e, ripeto, andava normata. Dunque le scuole paritarie stanno a pieno diritto nel sistema scolastico nazionale».

Anche se qualcuno storce ancora la bocca..
«Fu una grande intuizione che oggi può aiutare anche il nuovo scenario nel quale cresce l’attenzione sia ver­so la formazione professionale sia verso la formazione lungo l’intero arco della vita. Proprio in questa pro­spettiva è impensabile che lo Stato possa fare fronte a tutto. La leg­ge 62, oltre all’espe­rienza degli altri Pae­se, ci insegna che questo scenario richiede l’ap- porto di diversi soggetti».

Lei è stato anche il ministro del­l’autonomia scolastica. Anche in questo caso dobbiamo parlare di riforma zoppa?
«Più che zoppa la definirei bonsai, visto che è attuata a meno del 10% delle potenzialità. Purtroppo non ci crede l’apparato ministeriale e nep­pure quello politico. L’autonomia che pensavamo non è solo l’elabo­rare progetti, ma soprattutto imma­ginare percorsi di apprendimento più efficaci per aiutare tutti gli stu­denti, evitando che per alcuni l’uni­ca scelta sia l’uscita dal sistema sco­lastico. Doveva dare vita a un’altra scuola, quella dell’appren­dimento. E quindi l’autono­mia ne è una premessa, per renderla capace di guardare anche all’esterno dove si concentra molta dell’edu­cazione informale che rag­giunge lo studente».

Un’attenzione che le pari­tarie mostrano da sempre.
«E proprio a loro vorrei dire di mettersi ancora più in gioco, per creare uno spirito di emulazione, di confronto per ottenere il meglio, con le altre scuole statali. Una sfida per tutte le scuole perché in autonomia sappiano interpretare i cambia­menti del mondo di oggi».




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