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La star dell’“islam moderato”

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Civiltà )( BarbarieÈ morto Tantawi, guida dell’Università al Azhar in Egitto da cui ha difeso l’ortodossia sunnita. La sua ambiguità ha ingannato molti, ma non ha mai condannato né il terrorismo né la caccia agli ebrei
Tratto da Il Foglio dell'11 marzo 2010

Roma. “Il Corano descrive gli ebrei nelle loro particolari caratteristiche degenerate: hanno ucciso i profeti mandati tra di loro da Allah, hanno falsificato il verbo di Allah e l’hanno alterato, hanno dissipato per motivi frivoli la ricchezza dei popoli, hanno rifiutato di prendere le distanze dal male, e posseggono altre caratteristiche malvagie provocate dalle radici profonde della loro lascivia… solo una minoranza di ebrei mantiene la parola data. Ma non tutti gli ebrei sono uguali. I buoni ebrei diventano musulmani”. In questi concetti, riportati da Benny Morris, è l’essenza della visione del mondo e dell’islam di Mohammed Sayyd al Tantawi, morto ieri a ottantadue anni mentre era in visita in Arabia Saudita. La vita di Tantawi illustra come poche altre il significato dell’“islam dei regimi”: il suo prestigio, la sua fama, non derivavano da un suo particolare spessore teologico, ma da una sua accorta collocazione politica che convinse il rais egiziano Hosni Mubarak, nel 1986, a nominarlo Gran Muftì dell’Egitto, carica di importanza vitale per il regime, perché posta al vertice di tutte le moschee del paese.

Dopo cinque anni dall’assassinio di Anwar al Sadat, Mubarak necessitava di un uomo dal polso fermo per rafforzare la caratura islamica del suo regime che però arginasse, moschea per moschea, la penetrazione degli ulema dei Fratelli musulmani. Data prova di fedeltà e di grande capacità manovriera, Tantawi fu spostato, sempre da Mubarak, alla guida della più prestigiosa istituzione coranica sunnita, l’Università di al Azhar. Da questo pulpito, Tantawi ha continuato a servire il regime (limitando la pressione sempre più forte dei teologi della Fratellanza dentro al Azhar), sempre all’insegna di un’ortodossia totale, ma ammantata di una eccellente abilità politica sulla scena internazionale. Ha intrattenuto rapporti più che cordiali con la chiesa, in particolare col cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso (perdiamo un amico”, ha detto a Radio vaticana) e con monsignor Michael Fitzgerald, nunzio in Egitto. Ha avallato un “dialogo interreligioso” sempre però prudente, da parte cristiana, nel porre in discussione sia l’antisemitismo sia il divieto di proselitismo e l’ossessione contro l’apostasia (che una teologa di al Azhar ha recentemente dichiarato passibile di morte). Questa capacità diplomatica è stata premiata da Barack Obama che ha scelto proprio al Azhar per il discorso all’islam del 4 giugno scorso.

Tantawi è stato dunque il più noto volto dell’islam moderato, una “moderazione” che il 1° marzo del 1994 lo ha portato a “invocare la legge del taglione” in ritorsione al massacro di Hebron in cui un fanatico ebreo uccise 52 palestinesi, con l’esplicita esortazione a uccidere 52 israeliani. Una “moderazione” che, durante l’Intifada delle stragi nel 2004, gli ha fatto avallare in toto gli attentatori suicidi di Hamas in Israele, con l’unica esortazione a non uccidere persone non armate. Una “moderazione” che il 5 aprile 2003 lo vide definire la guerra contro Saddam Hussein “un atto di terrorismo internazionale”. Certo, Tantawi ha condannato le mutilazioni genitali femminili, ma soltanto perché non sono una prescrizione della sharia. Ha anche dichiarato che la Francia ha il diritto di proibire il velo, ma soltanto perché l’ortodossia sunnita stabilisce che la sharia vige solo nel Dar al islam, terreno dell’islam, non nel Dar al harb, terreno della guerra. Ha anche dichiarato illegittimi il niqab e il burqa, ma soltanto perché sono usi etnici, non della sharia. Ma non ha mai revocato il bando emesso negli anni Sessanta da al Azhar contro le opere di Naguib Mahfuz (che è sfuggito a un attentato) e ha personalmente avallato l’obbligo di divorziare dalla moglie di Nasr Abu Zeid, accusato di apostasia. Non solo, ma dopo il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI chiese a gran voce scuse formali, così come ha sempre dato piena copertura alle manifestazioni più violente scatenate in tutto il mondo islamico dopo le vignette danesi.




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