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di Marco Respinti
Tratto da cronache di Liberal dell'11 marzo 2010
Può la politica ridursi solo a una mise en place, a una piazzata, insomma a battere la strada? No di certo, risparmiamo all'Italia almeno questo.
Gli americani, che sono un Paese avanti le mille miglia, scendono poco per la via, si radunano malvolentieri, dosano le manifestazioni con il contagocce. Per questo, eventi come la March for Life di quest'anno (mezzo milione di partecipanti) e il movimento dei "Tea Party" sono eccezionali e rilevanti. Gli europei, invece, spesso una marcia indietro, sono ben rappresentati da quella pubblicità di voli low cost che all'aeroporto di Zaventem per Bruxelles si chiede come mai gli agricoltori del tal Paese, i sindacalisti del tal altro o i manifestanti italiani vadano tutti a dimostrare in Belgio per rispondersi subito che andata e ritorno costa un solo pungo di euro. Ecco, per evitare che la politica di casa nostra diventi una cosa cheap a cui nessuno dà valore, l'ennesima trovata per distrarre la gente dai problemi veri, il passatempo dei nullafacenti occorre che la piazza sia bene architettata. Cioè usata con moderazione e in modo trasparente, possibilmente edotta se non addirittura educata prima, sedotta ma per i motivi giusti. Sennò rischia tutto di sembrare circonvenzione, approfittarsene, svendita sottobanco di quella libertà responsabile che si declama a parole ma che invece viene nei fatti ricacciata in gola ai cittadini che pure se ne fregerebbero e pregerebbero. Il populismo è infatti una cattiva abitudine, il peronismo una mala pianta, il giacobinismo la madre di facile costumi di tutte le sciagure in cui la nostra civiltà si trova da sin troppo tempo immersa. Se il Popolo della libertà decide di scendere in piazza domenica 21 marzo bisogna che lo faccia dicendo tutta la verità. Ne coglie infatti solo metà chi imputa i guai delle liste elettorali in Lazio e Lombardia esclusivamente alla dabbenaggine di alcuni funzionari; ma specularmente ne coglie solo l'altra metà chi pensa che sia una camarilla di Radicali e magistrati. Perché se certamente oggi la burocrazia è lo strumento più pernicioso tra quelli utilizzati per azzoppare gli avversari politici, è altrettanto vero che se delle regole vi sono esse non possono essere un optional. Anzi, proprio perché è sacrosantamente vero che la burocrazia è un'arma di distruzione di massa politica, soprattutto quando usata in modo strabico, occorre che chi vuole ripararsene sia più realista, e lealista, del re. Che, se vige una norma, egli ne osservi due. Che, se c'è una regola, questi ne rispetti tre. Che, se c'è una legge, sappia subito che l'ignoranza non è ammessa. La verità tutta e subito, insomma, libererebbe persino la politica: perché le mezze verità sono purtroppo sempre anche delle mezze bugie. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Il Partito Democratico, contornato e sormontato per definizione da girotondi, carmagnole, "popolo viola" e V-Day, annuncia la piazza per sabato 13, ma l'imbarazzo impera. Si chiama, come sempre, Antonio Di Pietro. Il quale oggi accusa il presidente della repubblica Giorgio Napolitano di avere nella sostanza accolto la mezza verità detta dal Pdl sul "caso liste", e quindi ha deciso di caricare a testa bassa il Quirinale prendendo di fatto il posto che già di recente è stato di Silvio Berlusconi. Epperò, quando era il Cavaliere a far torcere il filo a Napolitano, il Pd si stracciava le vesti di autonominatosi garante unico delle istituzioni, gridava alla bestemmia anticostituzionale, e bla bla bla, e questo sin dai tempi del decretosalvavita per Eluana Englaro. Oggi invece nicchia. Sorge allora una domanda: contro chi scende in piazza quel Pd che forse forse almeno informato dei fatti relativi all'altra mezza verità sul "caso liste" lo è? Contro un Berlusconi che per difendere un Napolitano che a sua volta lo difende scenderà in piazza dopo contro un Pierluigi Bersani che finge di non vedere il Di Pietro vestito da Berlusconi? Ecco sabato, in piazza, Bersani ce l'avrà con Di Pietro, ma non potrà dirlo, ce l'avrà con Napolitano, ma non vorrà dirlo, ce l'avrà con Berlusconi, e lo vorrà e lo potrà dire, ma sembrerà il gioco delle tre carte.