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di Marco Palombi
Tratto da cronache di Liberal dell'11 marzo 2010
Ci risiamo. Comunisti, giudici, partito dell'odio, invidiosi, nostalgici dell'Urss, carabinieri e, una new entry, teppisti radicali.
È per questo che l'Italia non va, che fa freddo, che una lista regolarissima è stata finora privata della possibilità di concorrere alle elezioni regionali nel Lazio. Silvio Berlusconi si presenta in conferenza stampa nella sede del Pdl a via dell'Umiltà e, pur di non scaricare nemmeno mezza colpa sui "suoi"uomini, sciorina tutti i cliché della sua quindicennale comunicazione politica, ma lo fa in modo un po'meccanico, con lievi inceppi nella dizione, con i nervi a fior di pelle di quando sente che le cose gli stanno sfuggendo di mano (vedi l'episodio del battibecco col reporter/contestatore Rocco Carlomagno). Il premier legge un testo scritto predisposto dal responsabile elettorale Ignazio Abrignani, sorta di dichiarazioni spontanee di fronte al tribunale dell'opinione pubblica drogata dai giornali, ovviamente ostili.
Fosse vero il complottone tra radicali, giudici e forze dell'ordine che il Cavaliere descrive nel suo monologo, i militanti del Pdl sarebbero autorizzati a scendere in piazza coi fucili, ma siccome tutti sanno che si tratta del solito spettacolo il pathos è sotto il livello di guardia. Il centrodestra si prepara alle elezioni laziali senza la lista del Pdl in provincia di Roma. Tutto qui. Anzi no: in piazza comunque ci si andrà, il 21 marzo per la precisione, in difesa del diritto di voto e resta solo da stabilire se ci saranno anche i leghisti o no. Il fatto è, ha spiegato Umberto Bossi, che anche se l'esclusione del Pdl a Roma «mina la democrazia», il Carroccio «è una carta pesante e potrebbe perfino essere troppo pesante» visto che «noi abbiamo una montagna di uomini che a comando rispondono». L'unico che non ci sarà sicuramente è Gianfranco Fini, dispensato in quanto presidente della Camera. Presente, almeno in spirito, il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che ieri Berlusconi ha voluto ammanettare alla sua scelta di firmare il decreto salvaliste: il dl «è assolutamente costituzionale», ha scandito, «io sono sicuro, sulla base di pareri pro-veritate di insigni costituzionalisti, che il governo e il presidente della Repubblica abbiano deciso la validità di questo decreto che porta la firma del capo dello Stato».
Queste, in ogni caso, le parole pronunciate da Silvio Berlusconi. L'unica avvertenza che il lettore deve considerare è che la ricostruzione del Cavaliere contraddice alla radice quella di quasi tutti i testimoni, dei carabinieri presenti in Tribunale al momento del fattaccio e, ovviamente, di tutti i tribunali che si sono pronunciati sulla regolarità delle liste. «Ci è stato impedito di presentare le liste - ha esordito il premier - non vi è stata da parte nostra nessuna responsabilità riconducibile a nostri dirigenti al contrario di quello che si è voluto far credere. Sono qui per reagire alla assoluta disinformazione che è stata fatta sulla vicenda delle liste e per dare una ricostruzione fedele di quanto è accaduto». Detto questo, il nostro ha letto un puntiglioso quanto lacunoso verbalino (nessuna traccia dell'uscita di Milioni e di Polesi, qualche spostamento interessato d'orario): i delegati del Pdl sono arrivati per tempo, alle 11. 30, e non si sono mai allontanati insieme dalla fila per depositare «lo scatolone» con la lista e le firme, non hanno tentato affatto di modificare il materiale all'in- terno del tribunale («cosa impossibile») e sono rimasti fermi, immobili «fino alla gazzarra inscenata dai radicali». A quel punto Milioni e Polesi, non adusi alla violenza dei pannelliani, «chiedevano l'intervento del magistrato ma con loro grande sorpresa il dottor Diamante, con l'aiuto di Anna Argento, decideva incredibilmente che erano esclusi, asserendo che si trovavano oltre una linea di un centimetro in questo grande salone». Solo a questo punto i due telefonavano ad Abrignani, il quale correva in tribunale dove gli veniva «data precisa assicurazione che tutto sarebbe stato sanato a seguito di un ricorso, che è stato presentato alle ore 17 all'ufficio circoscrizionale».
Quaranta minuti dopo lo scatolone arrivava nelle mani dei carabinieri che ci mettevano un paio d'ore ad inventariare il tutto: quindi nessun viaggio di due ore e mezza di liste e firme come sostenuto da forze dell'ordine e Tar. «È stata una decisione grave - ha scandito quindi il premier - quella di aver impedito la presentazione delle liste del Pdl, una decisione priva di fondamento giuridico» e determinata da un «marchiano errore dell'ufficio circoscrizionale», cui è seguito il no dei giudici amministrativi, «privo di ogni pregio». Ora c'è il ricorso al Consiglio di Stato, ha spiegato Berlusconi, ma anche se non andasse bene «sosterremo lo stesso la Polverini con la lista civica». Insomma, una simpatica sequela di fantasie da cantastorie che Berlusconi non farà fatica a trasformare in realtà corrente.