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di Giordano Bruno Guerri
Tratto da Il Giornale dell'11 marzo 2010
«Berlusconi arma la piazza», proclamava il manifesto di ieri, dando allo stesso tempo la notizia della bella manifestazione di piazza del Popolo - organizzata dalla sinistra - che si terrà a Roma sabato prossimo.
Lo stesso strabismo è apparso sull’Unità, su Liberazione e sul Fatto quotidiano: dove, in ben due titoli, Berlusconi «minaccia» e «invoca» la piazza. Insomma, le manifestazioni piazzaiole della sinistra sono sacrosante e benigne quanto quelle della destra odorano di zolfo, violenza e «golpe» (ancora il manifesto).
Si potrebbe pensare che così è la politica, per cui l’avversario è sempre cattivo. Ma non mi sembra che dietro simili dichiarazioni ci sia un pensiero politico, tanto sono ingenue e spontanee, nella loro contraddittorietà. C’è piuttosto qualcosa di antropologico, un mutamento della visione del mondo che viene da lontano, dalla storia.
Quella degli italiani si è svolta nelle piazze. Sin dal medioevo sono state il luogo di incontro e di scontro, di scambio e di rito civile e religioso. Le cattedrali sorgevano nella piazza centrale delle città, e nello stesso luogo il potere laico dei comuni volle innalzare la propria torre. In un’altra piazza, quella del mercato, si svolgeva la vita economica e commerciale e in piazza si è formato il carattere italiano, così aperto al prossimo e così pronto a gabbarlo. In piazza si svolsero episodi esaltanti del Risorgimento, i primi scioperi operai, le manifestazioni interventiste e anti-interventiste della Prima guerra mondiale, gli scontri fra socialisti e fascisti.
Insomma, la piazza era il luogo di tutti, soprattutto di ogni fazione o idea politica. Poi venne il fascismo, che per oltre vent’anni monopolizzò le piazze di tutta Italia con folle più o meno oceaniche. Quelle folle osannanti il duce erano l’incubo degli antifascisti: perché si sapeva - si percepiva - che erano manifestazioni di esaltazione sincera, anche se a lungo lo si è negato.
Per questo motivo la sinistra si è voluta riappropriare di un luogo che, ben più che fisico, era ormai simbolico: e per questo il rito finale della sconfitta del fascismo si svolse in una piazza, chiamata Piazzale Loreto. I luoghi hanno un fortissimo valore di simbolo. Basti pensare a quanto accadde nel 1960, quando il Movimento Sociale Italiano decise di organizzare un congresso a Genova, città «rossa» e medaglia d’oro della Resistenza. La scelta sembrò un tale, calcolato, oltraggio da far scendere la sinistra in piazza fino a far cadere il governo Tambroni.
Da allora, e sempre di più, la piazza è diventata il luogo tipico della sinistra, a volte con tono minaccioso, più spesso con l’apparenza di una festa. Bandiere, colori, slogan, allegrie, leader sorridenti, cantanti autopubblicizzanti, studenti festanti: e, con un tocco di kitsch familiare, bambini, tanti bambini, quasi a dimostrare la totalità della volontà popolare. (Ma c’è da credere più a una carenza di baby sitter).
Così, ogni volta che la destra ha provato a fare la stessa cosa, il fatto è stato vissuto peggio di un’invasione di campo. Una violazione di domicilio, un esproprio padronale, un attacco alla democrazia: sinceramente, istintivamente, antropologicamente, come hanno fatto ieri manifesto, Liberazione, Fatto ecc.
Basti pensare allo sgomento che provocò, il 18 ottobre 1980, la «Marcia dei Quarantamila» a Torino: impiegati e quadri della Fiat che protestavano - in strada, in piazza - contro il picchettaggio operaio che da trentacinque giorni impediva loro di andare a lavoro. Fu a partire da quell’episodio storico che i sindacati cominciarono a perdere progressivamente potere nel Paese e fra i loro stessi iscritti. Fu sempre da quell’episodio che la sinistra ha voluto riassicurarsi il monopolio della piazza, demonizzando chiunque attentasse a una proprietà che si voleva esclusiva. Ma che ovviamente non può esserlo.