Londra ha poco da lamentarsi se gli americani costruiscono un fortino
Tratto da Il Foglio del 10 marzo 2010
Il disegno della nuova, gigantesca ambasciata americana a Londra continua a raccogliere critiche distruttive.
I due lord inglesi dentro la commissione chiamata a giudicare il progetto il mese scorso sono ancora inorriditi, hanno votato contro e hanno giurato di combatterne la realizzazione “fino alla morte”. Altri critici dicono che l’ambasciata assomiglierà a un “grande cubetto di ghiaccio”. Il problema, come spiegano gli esperti, è che nella progettazione della nuova sede diplomatica s’è giocoforza badato più alla sicurezza che all’estetica. Il sito sarà circondato da una grande area deserta, senza pedoni e veicoli, per tenere a debita distanza le eventuali autobomba. In mezzo soltanto alberi, che trattengono bene le schegge e assorbono l’onda d’urto.
Triste da ammettere per i britannici, ma gli americani vengono da Marte, sono tipi pratici e sanno che una sede a Londra ha bisogno di protezione speciale. Già ora il 50 per cento delle operazioni clandestine della Cia contro il terrorismo si compie su suolo britannico e non in Afghanistan, Pakistan o Iraq come verrebbe naturale pensare. Il Londonistan è un incubatrice di pessimi elementi, predicatori di violenza, pachistani di seconda generazione tendenza Waziristan, ex detenuti arabi cacciati dai regimi islamisti natii per eccesso di zelo coranico, somali della diaspora affiliati a Shabaab, studenti nigeriani votati all’operazione suicida sui voli di linea. Si dice che negli anni Novanta siano stati i foglietti ciclostilati e in libera circolazione per la città ad aver radicalizzato ancora di più Bin Laden con l’idea di un jihad globale.
Londra è un posto pericoloso e ha bisogno di una fortezza, abbellita appena per gentilezza e seconda per dimensioni soltanto alle due colossali ambasciate americane in costruzione a Baghdad e a Islamabad, altre capitali da massima esposizione al rischio. Il progetto sembrerà orrido agli inglesi, ma non è quello da modificare. C’è da cambiare tutto il resto.