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di Paolo Rodari
Tratto da Avvenire - Bologna 7 di domenica 7 marzo 2010
Ogni volta che si presenta una tornata elettorale la posizione dei vescovi e dei sacerdoti si fa delicata.
Perché da una parte i pastori devono rispettare quanto recita il Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri che chiede che la Chiesa non dia indicazioni di voto - la Chiesa non deve prendere «nelle sue mani la battaglia politica», ha scritto in proposito Benedetto XVI nella «Deus caritas est» -, dall’altra non devono disattendere ciò che è l’essenza del loro ministero: annunciare il Vangelo e illuminare in questo modo i fedeli loro affidati. Un esercizio non certo facile, dunque, seppure non impossibile. Un esempio da annotare, in questo senso, è venuto dai vescovi dell’Emilia - Romagna. Lo scorso febbraio hanno scritto un comunicato «in vista delle elezioni regionali del prossimo mese di marzo». Qui, pur non dando alcuna indicazione di voto, i presuli hanno ricordato a tutti i fedeli una cosa importante: esiste un insieme di valori sul quale «persone, raggruppamenti partitici e programmi devono essere valutati». Non è scontato che dei vescovi sotto elezioni si muovano in questo senso. Non è scontato che lo facciano tutti assieme: il comunicato è firmato da tutti i vescovi dell’Emilia Romagna. E che lo facciano in una tornata elettorale come questa dove in alcune regioni si presentano candidati che dichiaramente si oppongono alla visione e alla concezione dell’uomo che la Chiesa difende e promuove. Così, visto da fuori, non è pura retorica l’elenco puntiglioso e completo stilato dai vescovi dell’Emilia - Romagna di quei valori ai quali ogni cristiano deve riferirsi soprattutto in sede di voto: «La dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato». In una società all’insegna del libero arbitrio indiscriminato, dove a prevalere altro non è che un atteggiamento di fondo che tende a negare l’esistenza di valori oggettivi assoluti sui quali fondare l’agire morale, sentire da dei vescovi parole chiare e nette è cosa che rinfranca lo spirito. E’ cosa che aiuta i fedeli e che resta come un segno - come un qualcosa di detto - per chi non crede. E rende certi di un fatto: la Chiesa e le sue guide non abbandonano il proprio popolo. Se da una parte, infatti, dilaga quel «relativismo etico» già prima di Benedetto XVI stigmatizzato da Giovanni Paolo II nell’indimenticata «Veritatis splendor» - quell’atteggiamento che conduce alla totale dissoluzione della morale -, dall’altra parte esiste una Chiesa alla quale è possibile attaccarsi, alle cui parole ci si può rifare e riferire. Il comunicato dei vescovi dell’Emilia- Romagna è un esempio di tutto questo oltre che un gradito esercizio di carità per tutti.