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Sussidiarietà al potere

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Bambini, emarginati, anziani, ma non solo. Ecco come un metodo diventa buona prassi di governo anche quando si tratta di edilizia e di jazz. Viaggio nei Comuni e nelle Province che investono sulle opere dei loro cittadini
di Emanuele Boffi
Tratto da Tempi dell'8 marzo 2010

Se dovessero scegliere una canzone per far da colonna sonora alle proprie preoccupazioni, probabilmente gli amministratori locali italiani sceglierebbero Under pressure dei Queen. Lo ha spiegato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, alla presentazione del quarto Rapporto sulla sussidiarietà e la pubblica amministrazione a cura dell’omonima Fondazione presieduta da Giorgio Vittadini: «Noi Comuni siamo sotto pressione perché ci è sempre più richiesto di fornire servizi a fronte di una diminuzione delle risorse». Per uscire dalla morsa occorre «scommettere sulla sussidiarietà che non è un modo per scaricare le responsabilità sulla società civile, ma un modo per concorrere con essa al bene comune».

Il Rapporto fotografa come è intesa e applicata la sussidiarietà negli enti locali e ne restituisce un’immagine interessante, ricca di numeri e valutazioni, di cui tenere conto in un momento come questo, con le elezioni regionali alle porte e l’imminente messa in campo di quella rivoluzione amministrativa che è il federalismo fiscale. Il rapporto mostra come la sussidiarietà – nelle sue varianti orizzontale e verticale – sia un principio conosciuto dai funzionari e dalla classe dirigente locale, che in gran parte ne apprezzano i princìpi di base anche se, a volte, per scarsità di risorse, faticano ad applicarla fino alle sue estreme conseguenze. Eppure i tempi, a causa dell’aumento dell’età media e della richiesta di servizi e il parallelo taglio della spesa pubblica, impongono un modello alternativo al Welfare State, allo Stato paternalista e assistenziale. «Qualcosa in Italia sta cambiando – ha detto Vittadini presentando lo studio – anche se spesso a macchia di leopardo».

Dove la sussidiarietà ha trovato applicazione sono nati buoni per il sostegno allo studio, voucher, accreditamenti, riconoscimenti e collaborazioni con associazioni ed enti operanti sul territorio. Mario Sala, consigliere in Regione Lombardia, fedelissimo formigoniano, ha sposato in pieno il principio: «Sussidiarietà significa che io, istituzione, ricomincio da te, mi fido di te e della tua capacità e libertà. Come abbiamo fatto in Lombardia con la dote scuola, la sanità, il welfare, tutto». Sala spiega a Tempi che la sua campagna elettorale è partita proprio con un incontro con a tema la sussidiarietà: «Certo, potevo anche scegliere di cominciare con una manifestazione presenziata da qualche star della tv, ma ho preferito iniziare così. Fa meno notizia, ma, alla lunga, è un’idea vincente».

Voi fate, noi vi sosteniamo
Alla lunga, ma anche nell’immediato si trova qualche vantaggio. Sempre Alemanno ha spiegato che «per ogni bambino degli asili nido comunali, Roma spende 12. 500 euro l’anno. Per ognuno di quelli che sono ospitati negli asili convenzionati, a parità di trattamento e servizi, il Comune spende 600, 700 euro l’anno». Ma non è solo una questione di cassa e bilanci – che pure sono uno dei problemi maggiori per gli amministratori locali – «ma è proprio un metodo di intervento politico», spiega a Tempi Luca Del Gobbo, sindaco di Magenta (Mi). Del Gobbo illustra come nel suo comune la regola “voi fate, noi vi sosteniamo” sia stata estesa a tutti gli ambiti: «Sul territorio erano presenti 170 associazioni, noi abbiamo cercato di valorizzarle tutte. Abbiamo stretto una convenzione con un’associazione di pensionati e con una di carabinieri in congedo per presidiare parchi e scuole. Abbiamo introdotto il voucher per le materne, dato in comodato d’uso le strutture sportive alle 40 associazioni presenti in città, rilanciato il teatro e gli enti che vi operavano con eccellenti risultati». Ad oggi, Magenta vanta 90 giovani che frequentano il conservatorio fra Novara e Milano. «La sussidiarietà si fa non solo con i poveri, ma anche con la creazione di percorsi artistici che valorizzino la bellezza e la musica di un territorio, senza guardare al colore politico. Il Festival Jazz a Magenta è organizzato da un ex consigliere di Rifondazione comunista, ma è un avvenimento bello e importante e per questo il Comune l’ha sostenuto».

Borsa lavoro al povero
In città, grazie alla concertazione pubblico-privato, sono state riqualificate aree dismesse «in due anni anziché in dieci», ed è stato mutuato da un sistema vigente in alcuni comuni inglesi il cosiddetto “budget personalizzato”: non è il Comune ad assistere il cittadino in crisi economica, ma «il cittadino che mi dice di che cosa ha bisogno per uscire dal momento di difficoltà. Hai bisogno di un auto per recarti al lavoro? Il Comune ti aiuta a trovarla». Del Gobbo dice che nell’applicazione della sussidiarietà bisogna «buttare il cuore oltre l’ostacolo. Vedo colleghi troppo timorosi. Come se, investendo sulla sussidiarietà, si perdesse in controllo e consenso. È il contrario. Lo dice uno che fu eletto nel 2002 col 54 per cento dei voti e che, dopo cinque anni di sussidiarietà applicata, è stato riconfermato col 67 per cento dei consensi».

Di esempi di sussidiarietà applicata se ne trovano anche nella Torino di Sergio Chiamparino, dove il Comune ha lanciato i progetti “Micronidi” e “Accompagnamento solidale” che coinvolgono più di mille minori e 45 associazioni operanti in tutta la città. Sempre a Torino è nato il progetto di “vicinato solidale” con famiglie, sostenute da varie associazioni di volontariato, che si prendono cura di bambini e anziani.

«A Chioggia (Ve) – racconta a Tempi il sindaco Romano Tiozzo – abbiamo ribaltato la prospettiva con la quale, di solito, si guarda ai bisognosi. Ogni anno spendevamo 500 mila euro in assegni per i poveri. Abbiamo convertito la somma in “borsa lavoro” da spendere in una cooperativa sociale. Abbiamo così sostenuto le cooperative, insegnato un lavoro a chi non sapeva farlo, sperimentato un percorso educativo. Stesso metodo abbiamo utilizzato nei confronti del disagio giovanile: anziché impiegare i nostri assistenti sociali, pochi rispetto al numero delle richieste, abbiamo deciso di finanziare associazioni, parrocchie, scuole che già operavano sul campo, spendendo meno e ottenendo risultati migliori».

Medesima filosofia adottata anche a partire dal 2005 a Lecco dove ogni anno quasi il 10 per cento del bilancio comunale se ne andava in servizi per minori, anziani, disabili e formazione professionale. Da cinque anni, è tutta un’altra storia: non è il Comune da solo a decidere quante risorse elargire e quali progetti avviare, ma i progetti nascono dopo un tavolo di lavoro con le associazioni no profit presenti sul territorio.

Stessa filosofia adottata a Brescia, dove il sindaco Adriano Paroli e il direttore generale del comune Danilo Maiocchi hanno lanciato i “negozi di vicinato”, mutuando un’idea già fortunatamente sperimentata in Inghilterra. Coinvolgendo 1. 145 piccole e medie imprese del settore del commercio si darà vita a un distretto urbano che, ci si augura, porterà grandi benefici al capoluogo. E sempre a Brescia, con un progetto co-finanziato dalla Regione Lombardia, sono stati abbattuti due vecchi palazzi in cui abitavano 400 famiglie. Queste, grazie al coinvolgimento di associazioni, sindacati, parrocchie troveranno nuova collocazione in abitazioni acquistabili a prezzi calmierati.

«L’opposizione? Inizialmente non ha né protestato né aderito. Poi, quando ha visto che la sussidiarietà funzionava, si è subito schierata con noi», così racconta a Tempi Piero Celani, presidente della Provincia di Ascoli. Celani spiega che «la Provincia ha compiti di coordinamento e quindi il nostro modo di applicare la sussidiarietà è fare in modo che i tanti piccoli Comuni presenti sul territorio trovino il modo di collaborare proficuamente. Ci poniamo come punto di sintesi delle varie esigenze locali, rispetto a quelle che sono le loro richieste che vanno dall’urbanistica al sociale».

La sinistra ha capito e si è accodata
Un metodo adottato anche da Massimo Trespidi, presidente della Provincia di Piacenza, unico azzurro in una regione alquanto rossa. Rossa come la copertina della sua agenda su cui Trespidi ha annotato tutte le osservazioni dei sindaci (metà del Pd) dei 48 comuni di cui è composto il territorio. «Li ho girati tutti, ho ascoltato problemi e proposte che ho annotato sull’agendina che poi ho voluto rendere pubblica sotto il titolo “Il mio ufficio è il territorio”. Credo nella sussidiarietà ed è per questo che ho organizzato una scuola affinché questo principio possa essere spiegato e declinato nell’amministrazione. Ci sono già duecento iscritti tra sindaci, amministratori, imprenditori». Trespidi ha anche creato «un’agenzia per la famiglia e un osservatorio per i giovani affinché li si coinvolga e spinga a partecipare a bandi europei per borse di studio e di lavoro. Insomma, qualcosa che riguardi il merito, non l’intrattenimento, per avere domani degli uomini protagonisti della propria vita, non degli zulù a spasso per le colline piacentine».




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