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*Sulle intercettazioni, Scalfari si inventa affermazioni che Ricolfi non ha mai fatto

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Civiltà )( BarbariePolemiche fra editorialisti
di Luca Ricolfi
Tratto da Italia Oggi il 9 marzo 2010

Luca Ricolfi, autore del recente Il sacco del Nord, Editore Guerrini e Associati, noto sociologo dell'università di Torino nonché editorialista de La Stampa, non ci sta a essere strumentalizzato da Eugenio Scalfari. E ha scritto questa lettera al suo direttore Mario Calabresi.

Caro Direttore, circa una settimana fa ho scritto su La Stampa un pezzo sulle intercettazioni, nel quale facevo due proposte:

a) razionare il numero delle intercettazioni, affidando al Consiglio superiore della magistratura o ad altro organismo la loro allocazione (attualmente del tutto squilibrata) fra i 29 distretti giudiziari; a titolo di esempio suggerivo che potrebbero essere portate gradualmente a 100 mila (dalle 140 mila del 2008, contro le 32 mila del 2001);

b) consentire ai giornali di pubblicarle, ma solo se depurate dei riferimenti a soggetti che non c'entrano, e soprattutto solo a partire da un certo stadio dell'azione penale (ad esempio: dall'inizio del dibattimento).

Pochi giorni dopo, leggendo l'editoriale della domenica di Scalfari, vedo che mi critica severamente (fin qui tutto ok) ma attribuendomi due proposte che non ho mai fatto:

a) «Creare un apposito organo di regolamentazione autonomo rispetto alla magistratura e cogente verso i giornali»;

b) «Consentire ai giornali l'accesso alle fonti in fase istruttoria e riferirne “a rotazione periodica” tra le varie testate».

Lì per lì ho pensato che qualche giornalista o commentatore avesse effettivamente fatto queste due proposte, e che Scalfari, per errore o distrazione, le avesse attribuite a me. Ho pensato questo perché sono abituato ad assumere che il mio interlocutore: 1) padroneggi la lingua italiana; 2) non sia in mala fede.

Poi ho controllato su internet, e non v'è traccia delle due proposte che Scalfari attribuisce a me. Nessuno pare averle fatte. Quindi Scalfari parlava proprio di me. Che cosa devo pensare?

Giustamente Scalfari considera «barocca» la prima proposta, «ridicola» la seconda: il punto però è che io non le ho mai fatte. E nota: non si può dire che Scalfari forzi o deformi il mio pensiero. Lui inventa di sana pianta, addirittura riportando fra virgolette un'espressione che non ho mai usato: «A rotazione periodica».

La sua conclusione è che il potere ha corrotto il mio cervello. Sono senza parole. È questa la professione giornalistica? Perché i lettori di Repubblica, che spesso leggono solo Repubblica, devono pensare che io sia così sprovveduto?


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