di Cesare Maffi
Tratto da Italia Oggi il 9 marzo 2010
Minacce e avvisi sono giunti da più parti, compresi tutti i settori del Pd. In Parlamento, da oggi è guerra.
Alla Camera, per il decreto salvaliste. Al Senato, per il legittimo impedimento. L'uno e l'altro provvedimento passeranno, però il centro-destra faticherà più del previsto. Fra l'altro, sul decreto-legge subirà anche l'offensiva dell'Udc: un incon-veniente non grave sul piano parlamentare, ma rilevante politicamente. I problemi verranno dopo. Sperare in riforme istituzionali condivise diventa difficile. Già si era avvertito, fin dalla pausa natalizia, che il clima elettorale avrebbe per tre mesi paralizzato qualsiasi ipotesi di accordo. Oggi l'aria è così mefitica, nei palazzi romani, che sperare in una ventata di freschezza d'intese è utopico. Eppure, fra le mille questioni che governo e maggioranza dovranno porsi, chiusa la partita regionale, ci saranno le riforme. Restano tre anni per effettuare la rivoluzione liberale promessa nel '94 e affossata dal ribaltone leghista; riproposta con timidezza nel 2001 e affogata nelle tempeste dei veti alleati; di nuovo avanzata due anni fa e rimasta nelle pie intenzioni. Berlusconi dovrebbe sapere, per averlo sperimentato sulla propria pelle nella legislatura del 2001 con una lunga serie di disastri elettorali (amministrative, europee, regionali e infine politiche), che i cittadini che dànno fiducia al centro-destra vogliono risultati, non liti; riforme, non discussioni; fatti, non promesse; meno spese, meno tasse, meno burocrazie, non generici rinvii a tempi migliori. Quindi, se (come correttamente ha ricordato Fini) chiuse queste urne non ci saranno più impegni nazionali fino al rinnovo delle Camere, o nei tre anni rimanenti di legislatura si passerà ai fatti o la punizione elettorale sarà ineludibile. E tra i fatti dovranno pur esserci riforme istituzionali: non importa se invise all'opposizione.