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Il governo e l’ansia della norma autogol

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di Francesco Verderami
Tratto da Il Corriere della Sera del 9 marzo 2010

Magari in extremis il Pdl riuscirà a presentare la lista nel Lazio, magari non ci sarà bisogno di ricorrere al rinvio delle elezioni, ma è proprio il ricorso all’appiglio leguleio che sta arrecando gravi danni d’immagine al centrodestra.

E che l’immagine del Pdl sia compromessa lo si intuisce dal modo in cui Fini ieri ha accolto la sentenza del Tar: «Che figura». La battuta del presidente della Camera non è solo dettata dalla preoccupazione di veder compromessa in queste condizioni la corsa della Polverini nel Lazio, ma perché sa che la politica segna il proprio fallimento quando degrada ad una disputa tra azzeccagarbugli.

Al pari dell’inquilino di Montecitorio anche Berlusconi ne è consapevole, lui che appena qualche giorno fa aveva avvisato lo stato maggiore del Pdl di un calo nei sondaggi, siccome nell’immaginario collettivo era passata l’idea che «non siamo nemmeno in grado di presentare delle liste». Con il decreto confidava di aver chiuso il conto, invece la sentenza del Tar non solo ha riaperto il caso ma soprattutto è stata valutata come una bocciatura dell’esecutivo, che si sarebbe fatto una sorta di «autogol». Così prende corpo un rischio ulteriore e se possibile ancor più devastante, e cioè che l’opinione pubblica si convinca dell’incapacità del governo di varare un decreto che produca effetti.

Poco importa se davvero in mattinata i cofondatori del Pdl fossero ottimisti, e se ieri sera lo scoramento misto a una forte arrabbiatura avessero preso il sopravvento. Al telefono Gianni Letta ha chiesto ai suoi interlocutori di pazientare. Bisognerà intanto capire se il provvedimento — voluto dal premier e controfirmato dal capo dello Stato — sarà in grado di reggere a fronte di un ricorso del Pd contro un’eventuale decisione della corte d’Appello di accogliere la nuova presentazione della lista del Pdl. Ma su questo nessuno fa più affidamento: la bocciatura sembra assicurata. Le speranze — a quanto si dice ben riposte — sono invece affidate al Consiglio di Stato: se annullasse la sentenza del Tar, la Bonino e il Pd non potrebbero presentare ulteriore appello. E il Pdl potrebbe vincere la sfida nel Lazio.

Chissà se davvero stanno così le cose, in pochi sono riusciti a seguire Letta nel dedalo del ragionamento, perché nessuno si è mai trovato dinanzi a un simile caos giuridico. Figurarsi gli elettori. Il Cavaliere lo sa. Nei suoi amatissimi sondaggi ha visto crescere in una settimana il senso di disorientamento che i dirigenti locali del Pdl — così come quelli della Lega — hanno verificato sul territorio. La preoccupazione è che di questo passo la flessione nei consensi possa essere superiore ai tre punti finora registrati. Troppo forte lo «scossone» determinato anche nell’opinione pubblica di centrodestra dal braccio di ferro sul decreto, perché l’idea di modificare le regole del gioco a gioco in corso non è stata gradita, ha dato l’idea che ci sia una categoria di «intoccabili» a cui tutto è permesso. Mentre cresce l’aspettativa sull’azione di governo.

Di qui il danno d’immagine per l’esecutivo, dunque per il Cavaliere. Ma anche Fini rischia un contraccolpo, e non solo perché il presidente della Camera è stato «collaborativo» — definizione del premier — nel trovare la soluzione del caos delle liste con il decreto, ma soprattutto perché un’eventuale esclusione del Pdl nel Lazio minerebbe la roccaforte di An, con il rischio in prospettiva di un effetto domino sul Campidoglio, guidato oggi da Alemanno.

C’è il futuro in ballo, insieme a un presente poco roseo per via di un incrudimento dei rapporti in Parlamento con i democratici, pronti all’ostruzionismo alla Camera sul decreto salvaliste, e intenzionati a dar battaglia in Senato sul legittimo impedimento caro a Berlusconi. È chiaro che il Pd vuole approfittare del momento. Ma «che figura» per il Pdl se il decreto che ha scatenato tutto non è nemmeno servito a nulla.

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