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di Pietro Gallina
Tratto da cronache di Liberal del 6 marzo 2010
La prima contraddizione della luminosa cometa Chopin comincia già con la sua venuta al mondo, infatti la sua data di nascita riportata nel documento ufficiale della parrocchia di S. Rocco a Brochów (Zelazowa Wola) risulta essere il 22 febbraio 1810, ma egli stesso e la famiglia decisero di festeggiare il suo compleanno il primo di marzo.
L'altra è legata alla sua nazione: la Polonia e la Francia. Per due motivi principali: il padre era francese e la madre polacca; inoltre la quantità di anni vissuti in Polonia ammonta a venti, mentre quelli vissuti in Francia, dal 1830 alla morte, avvenuta nel 1849 a Parigi, sono diciannove: tempo di vita diviso in due parti quasi uguali. Il suo corpo poi, altra divisione, spezzato in due: le sue spoglie mortali riposano al Père Lachaise; il cuore per sua volontà murato in un pilastro della Chiesa di Santa Croce a Varsavia dove si trova ancora oggi.
Per dissolvere questi primi contrasti, Gide ravvisa nell'opera di Chopin una derivazione e un'ispirazione polacca, ma pure un carattere, un modo francese dovuto per forza di cose alla frequentazione costante della cultura francese che sicuramente lo spinsero «... ad accentuare le qualità più antigermaniche del genio slavo», a tal punto che Gide, a Wagner non avrebbe opposto Bizet, come affermò Nietzsche, ma proprio Chopin! Un altro aspetto conflittuale, a seconda delle infinite voci che si sono scatenate per quasi due secoli pro o contro, è quello dell'eccessivo sentimentalismo, della malinconia, della tristezza morbosa che porta ai più desolati singhiozzi, senza che egli sia mai stato capace di uscire (menzogna) dal modo minore. Nella sua musica apparentemente triste Nietzsche invece ravvisava gioia e bellezza: «Apprezzavo che egli avesse liberato la musica dalle influenze tedesche, dall'inclinazione verso ciò che è brutto, fosco, piccolo-borghese, goffo, borioso: bellezza e nobiltà dello spirito e aristocratica allegria, sfrenatezza e splendore dell'anima». Anche Gide era d'accordo: «Al di là di tale tristezza, egli raggiunge ugualmente la gioia... una felicità che eguaglia quella di Mozart». E allora musica triste e lamentosa o felice e gioiosa? Ancora oggi i contrasti non sono risolti, anche se, come abbiamo visto, si può controbattere coloro che accusano la sua musica di morboso e triste languore con il termine di Bellezza. Debussy infatti pensa che «la musica di Chopin è una delle più belle che si siano scritte. Per la natura del suo genio rifugge dalle classificazioni». Più d'ogni altro, invece, Chopin ha sofferto delle classificazioni e delle etichettature, sempre collocato sul seggio degli imputati a rispondere dei suoi crimini estetici. Era considerato da ammiratori e critici il rappresentante più particolare del Romanticismo musicale del primo Ottocento, perché in lui sembrano fondersi elementi classici e romantici. Stranamente un Romaticismo e un Classicismo che non seguivano la Scuola di Vienna e i romantici tedeschi, portatori delle nuove verità in musica. Mendelssohn, Schumann con Berlioz e Liszt di area filogermanica, Chopin li conosceva benissimo ma non li apprezzava più di tanto. Egli si nutrì piuttosto, per tutta la vita, di due elementi decisivi: un'assimilazione quasi maniacale della musica di Bach, soprattutto attraverso il Clavicembalo ben temperato, e la conoscenza (e frequenza) dell'opera lirica e del canto melodico italiano con tutto il corredo dei cantanti: dalla Pasta, alla Malibran, a Rubini e Lablache, tanto in voga nella Parigi del suo tempo. Fermo restando Mozart come adorato caposaldo classico, probabilmente la mancanza di interesse e di contatto continuo con le grandi forme affrontate da Beethoven, Schubert e dai suoi contemporanei Mendelssohn, Schumann, Berlioz e Liszt, non gli permise di gareggiare sugli stessi campi, né di essere capito quando scrive una composizione col nome clas sico di Sonata come quella in si bemolle minore op. 35. Schumann, che pure sosteneva e amava la musica di Chopin (i due si incontrarono), non digerì tale Sonata: scrisse che il tempo di Marcia Funebre era repellente e che il Finale consisteva di un'unica melodia di terzine in prestissimo, raddoppiate all'ottava senza quasi armonizzazioni e in quasi totale assenza di dinamica. Inaudito! Ma era il nuovo che stava nascendo o pochi lo capivano. Schumann era tra quelli che proprio non lo capì: «È più una beffa... da questo brano senza melodia e senza gioia soffia su di noi uno spirito strano e orribile che annienterebbe con un pesantissimo pugno qualunque cosa volesse opporsi a lui, cosicché noi ascoltiamo come incantati e senza protestare fino alla fine, però anche senza lodare: perché questa non è musica». Secondo Schumann, era il limite tecnico a non permettergli di affrontare le forme classiche come la parte dello sviluppo di una forma-sonata. Altri hanno parlato di inettitudine a tradurre la propria geniale fantasia in termini di ampia costruttività e forza musicale accettabili.
Glenn Gould si manteneva su un'ambiguità piuttosto ironica e pur rifiutando di eseguirlo in concerto affermava: «Trovo che Chopin fosse un uomo prodigiosamente dotato ma non credo sia stato un grande compositore. Come miniaturista è superbo e per creare un'atmosfera non ha eguali. Il suo modo di capire il pianoforte non ha precedenti e nessuno ha raggiunto i suoi livelli dopo di lui... Fallisce quasi sempre là dove tenta di comporre secondo grandi forme...». In conclusione, ancora oggi è luogo comune sostenere che Chopin era incapace di affrontare le forme classiche. Ma si può anche affermare che egli fu l'unico musicista della sua generazione a trovarsi sempre a suo agio alle prese con le grandi forme: in definitiva le sue Ballate e gli Scherzi hanno tutti una durata pari o superiore alla media di un movimento di Beethoven (le cui Sonate fino all'op. 57 faceva studiare ai suoi allievi) o di altre opere analoghe scritte tra il 1830 e il 1850, come osserva Charles Rosen. Il suo successo in vita, quasi un mito del suo tempo, è paragonabile, fatte le dovute proporzioni, a quello di una star della musica pop dei nostri giorni. Tutto ciò che faceva o indossava Chopin era da imitare e le donne impazzivano per lui, tanto che divenne un dandy suo malgrado, ma fu anche patriota, artista, profugo scampato alla repressione zarista della sua amata Polonia. Nel 1834 Antoni Orlowski testimonia: «Chopin fa girar la testa a tutte le dame e fa ingelosire i gentiluomini. È moda e presto gli elegantoni porteranno i guanti alla Chopin». Anche Mendelssohn, da grande pianista qual'era, riconobbe, ascoltandolo, la grandezza di Chopin al piano (il più grande del suo tempo), ma non fece a meno di osservare anche i suoi modi: «Io ho sempre l'aria di un maestro. Loro invece somigliano ai damerini e agli elegantoni» (era accompagnato dall'amico Ferdinand Hiller). Ben presto in tutta Europa il nome di Chopin divenne famoso. Nei salotti dove si esibiva senza sopportare troppo le folle, fu un richiamo per tutti, non solo per dame e cavalieri borghesi e nobili, ma per i musicisti e gli artisti che allora facevano di Parigi la grande capitale della cultura europea. Si incontravano stupefatti dopo le esecuzioni del suo recital, nomi del calibro di Liszt, Berlioz, Balzac, Sue, Mickiewicz, Heine, Meyerbeer, Delacroix che diventarono suoi amici. George Sand, che incontrò in uno di questi salotti, diventò la sua compagna in una contrastata quanto celebre storia d'amore che durò quasi una decina d'anni, fino a poco prima della morte. In tutta la sua breve e febbrile vita, tra un dolore e l'altro, una delusione d'amore e l'altra, gli unici momenti davvero magici per Chopin furono quelli del comporre. Racconta George Sand che usciva dalla sua stanza dove si chiudeva, ogni volta più consumato e sfinito, ma felice.
Nato e vissuto in America esattamente nei suoi stessi anni, Edgar Allan Poe scriveva nel suo Oval Portrait di strane figure consumate dall'arte. Un parallelo tra i due è suggerito dall'amore di Baudelaire per Poe di cui apprezzava la grande immaginazione e le tante corrispondenze nella foreste dei simboli e del mistero. Fu Gide che per primo mise i due nomi insieme: Baudelaire e Chopin. «Musica malsana si diceva delle opere di Chopin. Poesia malsana si diceva dei Fleurs du mal e credo per gli stessi motivi. L'uno e l'altro hanno la smania della perfezione, lo stesso orrore della retorica e dello sviluppo oratorio... lo stesso modo di usare la sorpresa e le straordinarie sintesi che la producono». Roberto Calasso ha scritto che «si riconoscono innanzitutto per il timbro che può sopraggiungere a folate da un pianoforte celato dietro persiane socchiuse». Chopin infine libera la musica dagli arcaismi, nutre le sue sofferenze trasformandole in inaudite composizioni di una poesia penetrante e profonda, dà vita all'immaginazione, cara a Baudelaire, al lampo dell'improvvisazione, rivoluziona il timbro, e con il rubato, il tempo ritmico tradizionale ritrova un nuovo splendore. Apre le porte all'Impressionismo musicale e con le sue improvvisazioni e Improvvisi, perfino al jazz! Irrompe nel moderno a braccetto con Baudelaire. In questo bicentenario vogliamo rendergli omaggio e ringraziarlo per quanto ha donato a noi esseri umani che stentiamo ancora a comprendere l'immensità della sua arte.