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di Stefano Bianchi
Tratto da cronache di Liberal del 6 marzo 2010
La critica, intesa in generale come critica d'arte, è una disciplina relativamente nuova almeno rispetto alla storia delle arti.
È evidente che in certo senso sia sempre esistita, e solo in questa maniera sia stato possibile acquisire tutte le grandi opere divenute tradizione. Tuttavia l'istituzione della critica come tale si può dire nasca solo nell'Ottocento, anche se i suoi prodromi sono sicuramente settecenteschi, e risulta assai utile riferirsi alla terza grande Critica di Kant, appunto la Critica del Giudizio, laddove il genio di Koenigsberg prende in esame l'analisi del bello e del sublime, nella natura e poi nel'arte, creando quella che forse può ritenersi l'avvio della critica moderna. In essa c'è un punto che ci risulta fondamentale, che riguarda il giudizio estetico del bello, ma che si riflette ovviamente anche nella critica d'arte e nella sua deontologia. Scrive infatti Kant come il «piacere del bello sia scevro da ogni interesse». Si tratta di un passo assai dibattuto, ancorché fondamentale, e si potrebbe dedurne che la Grande Critica debba per sua stessa misura etica risultare sempre super partes, e mai interessata all'oggetto di cui sta trattando. È evidente come il critico che recensisca la poesia, le arti, il teatro come il cinema o la musica possa e debba dare prova della propria onestà intellettuale dimostrandosi distaccato, e non essendo in alcun modo implicato da ciò di cui si occupa.
In questo senso, come l'arte, la critica è anarchica: non perché professi l'anarchismo, ma perché come l'arte non riceve prescrizioni da parte di alcuna autorità. E se l'arte come la critica lo facessero, si assumerebbero le responsabilità che potranno apparire discutibili nella riuscita della propria opera: ci potrà essere un'arte di tendenza, ma se quest'ultima supera le prerogative estetiche diventando un vero e proprio comizio a favore di qualcuno, è chiaro che il risultato ne risentirà; allo stesso modo la critica di tendenza che non è in grado di esperire il terreno estetico, e finisce per parlare bene di chi «la pensa come lui», non potrà mai dirsi qualcosa di super partes, e perderà la sua stessa quintessenza e ragione di critica. Tanto più siamo tenuti a interrogarci su quella che è stata definita, e non a caso, «critica di sinistra» nel secolo XX. E soprattutto sul fatto che tale critica, palesemente riferita a una sola parte della politica, sia stata tranquillamente tollerata e in certi casi più che benvoluta. Non si tratta infatti di questione metodologica, come potrebbe essere per i vari riferimenti culturali che la critica ha voluto esperire (dalla psicoanalisi allo strutturalismo, dalla semiologia alla sociologia). Qui si tratta di un riferimento diretto a una sola parte della politica che, erede storica del marxismo e degli intellettuali che di esso hanno fatto dottrina a cominciare da Lukacs, risulta analogamente alle tendenze storiche delle arti novecentesche come l'unico e univoco tramite con le attività culturali. Non si è mai sentito parlare di una «critica di destra», ovvero di una «critica moderata», anche se magari sono esistiti ottimi critici vicini politicamente a tali realtà. La critica può essere «militante», nel senso di impegnata a preservare più che mai i contenuti este- tici dell'arte che viene recensita; ma se tale «militanza» viene direttamente o indirettamente associata con un «impegno» che poi si identifica per forza con la sinistra - come è stato nella maggior parte dei casi - ecco che sorgono grossi problemi. Si ricorda pure come, negli anni Settanta, un critico musicale del Corriere della sera fu boicottato in una lettera aperta da una serie di noti intel- lettuali e artisti dell'epoca, che espressero il loro dissenso solo perché tale giornalista, risultando vicino al centrodestra, potesse scrivere per tale importante testata. Ma il fatto che ci appare più inquietante, in quella che potremmo chiamare distorsione della critica moderna, risulta proprio il rapporto sfalsato che si è creato con ciò che normalmente si definisce «il potere». La critica di sinistra si è schierata in tal senso, in maniera tautologica, «contro il potere»: si è anzi qualificata come sistema di opposizione al potere che, nell'Italia degli ultimi sessant'anni, si è immancabilmente qualificato come democristiano ovvero di centro-destra. Come se fosse un atto dovuto, come se l'esercizio della critica d'arte dovesse necessariamente identificarsi anche in una critica al potere. Ma è evidente come una volta non fosse così: la critica di Attilio Momigliano alla Divina Commedia, per fare un esempio concreto, non era né tendenziosa né si riferiva in alcun modo a un parallelo che facesse allusioni all'epoca del fascismo italiano o dei suoi surrogati. Si trattava di una altissima critica alla poesia, che certo teneva in considerazione anche il problema politico dantesco, ma che rimaneva nell'ambito del rapporto del potere temporale dei tempi con la situazione vissuta dal grande poeta. Tutto questo non andava a beneficio di alcuna parte politica dell'epoca di Momigliano, e risultava alla fine come una lettura appassionata ancorché distaccata del poema dantesco. Ma la distorsione che si è attuata nel secondo Novecento è stata proprio quella di creare un «sistema di potere» all'interno dei singoli settori che, proprio per potersi imporre come tale, veniva sostenuto dalle forze politiche d'opposizione che garantivano una maggiore visibilità professando una critica al potere: e la critica d'arte veniva a identificarsi con tale critica al potere. Una militanza che, immancabilmente, si configurava in quanto opposizione, creando le prerogative della suddetta critica di sinistra.
Ma è evidente come questa, al di là della buona fede di tante persone in essa allineate, contenesse un difetto di fondo: che è quello di aver superato come se niente fosse il suddetto principio kantiano del disinteresse che ripetiamo, senza ricorrere alla dura elaborazione del grande filosofo, può capire facilmente anche un bambino: il critico non può essere interessato - quindi coinvolto - nell'opera d'arte che sta giudicando. In questa maniera potrebbe sorgere una «critica mandataria», come di fatto è poi accaduto. E tuttavia attraverso la pretesa di un «mondo migliore», di un impegno politico necessario a cambiare il mondo, si è completamente dimenticato questo semplice principio. La critica è stata influenzata da una sola parte politica e ha contribuito alla realizzazione di quella cultura a senso unico che abbiamo vissuto dal dopoguerra a oggi. Ecco, in definitiva, il senso di questa nostra più che mai urgente critica della critica. Crediamo nella quintessenza costruttiva della critica, la riteniamo il contraltare più profondo dell'arte: essa stessa può dirsi «poetica», nella migliore delle ipotesi; ma proprio per questo ci sentiamo in dovere di criticare la situazione che si è creata.