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Nella «Lukas-Passion» di Schütz il mistero della Settimana Santa

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dischi sacra di Andrea Milanesi
Tratto da Avvenire del 7 marzo 2010

In modo quasi paradossale, l’ap­proccio richiesto dall’ascolto del­la Lukas-Passion di Heinrich Schütz (1585-1672) si avvicina mag­giormente alla sfera teatrale che a quella prettamente musicale; nel cor­so degli otto numeri in cui è suddivi­sa la partitura si assiste infatti a una vera e propria mise en scène, grandio­sa non tanto in termini di forze in cam­po o per maestosità di concezione, quanto per la profondità del segno ar­tistico e spirituale impresso dal com­positore tedesco. La narrazione dei momenti cruciali della Settimana Santa viene enuncia­ta solennemente in tono quasi retto, senza accompagnamento strumenta­le o particolari abbellimenti vocali; la spina dorsale dell’intera opera è in­fatti rappresentata da una sorta di re­citativo secco di ascendenza grego­riana che contrassegna gli interventi preponderanti dell’Evangelista come anche le citazioni dei discorsi diretti tra Gesù, Pietro, Pilato e gli altri protago­nisti della Passione, con le sole ecce­zioni rappresentate dai due splendidi brani polifonici che aprono e chiudo­no la partitura (Exordium e Conclu­sio) e gli episodi contrappuntistici che riguardano le brevi sezioni affidate a discepoli, popolo e sacerdoti.

Ed è una lettura di alto spessore dram­maturgico quella che ci viene offerta dai cantanti del gruppo corale Ars No­va Copenaghen sotto la direzione at­tenta e scrupolosa di Paul Hillier (cd pubblicato dall’etichetta Dacapo e di­stribuito da Ducale), che riporta alla memoria il clima austero di una sacra rappresentazione medievale, pro­sciugata nella forma e nel linguaggio attraverso uno stile esecutivo severo e disciplinato; un approccio rigoroso che racchiude comunque al proprio interno anche un particolare effetto enfatico e permette di porre l’atten­zione sulla centralità della Parola e­vangelica, unica e autentica fonte di verità. Un esercizio per il cuore e per la mente che nasce, come sottolineò il teologo Martin Geier in occasione dell’orazione funebre di Schütz, «da uno stile volutamente arcaico e deli­beratamente lontano da ogni legge o moda del tempo, eppure rorido di lim­pida freschezza, causa non ultima an­cora oggi dell’innegabile fascino che ne sprigiona». Parole che per noi a­scoltatori del Terzo Millennio risuo­nano oggi come una sfida più che mai attuale.




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