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di Anna Bono
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 3 marzo 2010
Due anni or sono il presidente uscente dello Zimbabwe, Robert Gabriel Mugabe, decideva di presentarsi al ballottaggio per la carica di capo di stato nonostante che il suo avversario, Morgan Tsvangirai, avesse deciso di non farlo per l'elevato rischio di un inasprirsi delle violenze nei confronti dei propri sostenitori già vittime di abusi e intimidazioni.
Fino alla vigilia del voto, però, molti avevano pensato che Mugabe non avrebbe avuto la sfrontatezza di andare fino in fondo e che all'ultimo momento avrebbe sospeso il ballottaggio, impensabile con un solo candidato. Non fu così. Il ballottaggio si svolse, gli elettori di Tsvangirai ovviamente non si recarono ai seggi e la commissione elettorale assegnò la vittoria a Mugabe che difatti tuttora detiene la carica.
In 50 anni di indipendenza, l'Africa ne ha viste molte di elezioni con un unico candidato, tutt'al più sfidato da liste di minoranza destinate in partenza a ottenere una manciata di voti, e che stravince con preferenze vicine al 100% perché soltanto i suoi sostenitori vanno a votare. Il punto è che nessuno al mondo pensa che Mugabe, e chiunque abbia conquistato il potere alle stesse condizioni, governi legittimato dal consenso espresso dalla maggioranza dei propri connazionali, nel pieno rispetto dei principi e delle regole della democrazia.
In Italia, oggi, un confronto elettorale senza la partecipazione del Pdl - qualunque sia la natura dell'impedimento - porta al medesimo risultato: un candidato vittorioso perché senza avversari, dal momento che una parte degli elettori non ha potuto votare, e quindi, come spesso succede in Africa, un apparato di governo fondato su apparenze di democrazia senza sostanza.
Tante sarebbero le conseguenze negative di una situazione del genere: non ultima, l'improponibilità di sanzioni e ultimatum a paesi privi di istituzioni democratiche poiché è difficile esigere, e soprattutto ottenere, democrazia e rispetto dei diritti civili e politici se si diventa a propria volta esempi di democrazia imperfetta. Indebolire gli strumenti di pressione sui paesi in crisi sarebbe per l'Italia tradire un impegno e per di più, per quanto riguarda il continente africano, in un momento particolarmente delicato della sua storia. Sbagliava infatti chi ha pensato nei decenni trascorsi che il voto rappresentasse comunque un passo avanti irreversibile rispetto all'epoca dei regimi autoritari: dalle dittature dei padri fondatori" eroi della lotta per l'indipendenza dal dominio coloniale europeo alle elezioni, ma in un sistema a partito unico, fino al traguardo finale e definitivo del multipartitismo. Questo processo, nei molti stati in cui prima o poi si è avviato, si riteneva appunto irreversibile tanto più in quanto di solito accompagnato dall'adozione di Carte costituzionali che prevedevano la divisione dei poteri - esecutivo, legislativo e giudiziario - e l'alternanza al potere, in particolare con l'importante introduzione del limite di due mandati presidenziali a persona.
Invece così non è stato. Una dopo l'altra le costituzioni di diversi paesi - Uganda, Algeria, Ciad, Burkina Faso, Camerun, Niger - sono state modificate negli ultimi anni per consentire ai leader al potere la permanenza in carica a tempo indeterminato e, in certi casi, di accentrare nuovamente le funzioni politiche nelle loro mani. In altri paesi l'appuntamento elettorale ha scatenato crisi cruente - come in Zimbabwe nel 2008 - alcune delle quali risolte con la creazione di governi di «conciliazione» o di "unità nazionale" garanti di una stabilità ritrovata solo con l'accordo dei partiti a spartirsi almeno temporaneamente l'apparato statale, vale a dire il controllo delle ricchezze nazionali. L'Africa, poi, non è riuscita neanche a lasciarsi alle spalle l'epoca dei colpi di stato: Madagascar, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Mauritania e da ultimo il Niger. Infine, in tre paesi - nell'ordine, Repubblica Democratica del Congo, Togo (alle urne in queste ore per eleggere il capo dello stato) e Gabon - alla morte di un leader, negli ultimi due casi al potere per quasi quattro decenni, la carica è stata assunta da un figlio.