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di Mario Deaglio
Tratto da La Stampa del 4 marzo 2010
Dalle liste ai listini: assorbiti dai problemi delle liste elettorali, noi italiani stiamo dimenticando quelli dei listini finanziari.
Eppure sia le liste sia i listini contengono indizi di un malessere profondo che riguarda nel primo caso la società italiana e nel secondo la presenza dell’Italia e dell’Europa nell’economia mondiale; guardare solo ai problemi della prossima consultazione elettorale e trascurare orizzonti più vasti costituisce un pericolo grave.
Il primo listino al quale prestare attenzione è quello dei cambi. Ai primi di dicembre ci volevano 150 centesimi di dollaro per comprare un euro, ora ne bastano 135, con una flessione del 10 per cento in tre mesi del valore della nostra moneta rispetto a quella americana. Questo di per sé non sarebbe un male perché dà fiato alle esportazioni ma è preoccupante il motivo alla base della caduta: il vuoto di politica economica dell’Unione Europea, la sua incapacità di reagire rapidamente a una crisi piccola come quella greca che incredibilmente rischia di travolgere la seconda valuta del mondo.
L’Unione Europea semplicemente non ha alcuno strumento per affrontare la crisi finanziaria di un Paese membro. Ed è rimasta immobile per due settimane, bloccata dal «moralismo» della Germania - alla quale si aggiungono i membri nordici della zona euro - che mostra un’avversione viscerale al salvataggio finanziario dei greci, spendaccioni «cattivi». Salvo poi scoprire che i «vizi» greci sono stati potentemente finanziati, tra gli altri, anche da banche tedesche e nord-europee che registreranno sensibili perdite se la Grecia non verrà sostenuta. Nel frattempo, dal neo-presidente del Consiglio Europeo, Herman van Rompuy e dalla neo-rappresentante per gli Affari Esteri, Margaret Ashton - i due politici che avrebbero dovuto rivitalizzare l’Unione uscita dal Trattato di Lisbona, povero surrogato di una Costituzione condivisa - si registra solo un imbarazzante silenzio. Certo, la crisi greca non rientra nelle loro competenze specifiche; il guaio è che non rientra nelle competenze specifiche di nessuno. Se però la Grecia - alla quale vanno richiesti doverosi sacrifici per le leggerezze e gli errori del passato - non fosse aiutata dall’Europa (e magari venisse aiutata dal Fondo Monetario o dalla Cina) ci si potrebbe domandare a che cosa serve veramente l’Unione Europea e se l’euro ha ancora un significato.
Il secondo listino che ignoriamo a nostro rischio e pericolo è quello azionario, da considerare in questo momento di difficoltà non soltanto come un termometro finanziario ma come un importante indicatore politico-sociale. Come tutti i listini europei, anche quello italiano è lontanissimo dai massimi; una breve tendenza al rialzo iniziata a dicembre si è esaurita a gennaio e da allora prevale un ritmo stanco, da persona anziana che ben si addice a un Paese in cui gli anziani si avviano a diventare maggioranza. Più in generale, i capitali finanziari risentono della fragilità di un’Europa priva di un qualsiasi indirizzo di politica economica e della particolare debolezza di Spagna e Gran Bretagna. Guardano con maggiore interesse all’America, dove i segnali di ripresa sono più robusti, per quanto ancora largamente insufficienti, e soprattutto ai Paesi emergenti, che la crisi se la sono già lasciata alle spalle.
Il terzo listino che dovremmo tenere presente è molto lungo. Consiste, infatti, di 9255 nomi: tante sono, secondo i dati della Cerved, le imprese fallite in Italia nel corso del 2009, millesettecento in più di quelle fallite nel 2008, quasi il doppio dei fallimenti che si registrano in un anno «normale». E’ molto probabile che questo numero sia destinato a crescere nel 2010 così come si prevede tranquillamente una crescita della disoccupazione; il panorama del resto dell’Europa non è molto diverso. Non si prevede alcuna risposta coordinata alla crisi, alcuna vera politica che possa indirizzare e magari galvanizzare gli europei, quando è ormai chiaro che da questa crisi l’Europa uscirà veramente con una nuova struttura istituzionale che ne accentui il carattere federale, magari con competenze pubbliche europee finanziate da un’imposta europea.
Di tutto ciò, però, non parla nessuno. I francesi, anch’essi alla vigilia di elezioni locali importanti, si lamentano perché i servizi pubblici non sono più quelli di una volta, i tedeschi sono ancora sotto choc per l’entità dell’evasione fiscale dei loro alti dirigenti con conti esteri irregolari, gli inglesi scoprono che il loro primo ministro ha un pessimo carattere. E gli italiani? Si occupano delle modalità di presentazione delle liste alle elezioni regionali; un problema sicuramente importante, che distrae però l’attenzione da un’economia largamente lasciata a se stessa che, come le sue consorelle europee, continua a nuotare tranquillamente nelle acque mortifere della recessione.