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di Lorenzo Mondo
Tratto da La Stampa del 28 febbraio 2010
È la natura violentata a suggerire le più potenti, impressionanti metafore.
La colata di petrolio che si è riversata nel Lambro e nel Po (le fa corteggio in cielo una ininterrotta e compatta distesa di smog) sembra fornire una immagine emblematica dell’Italia al nero in cui stiamo vivendo. Suscita tristezza e sgomento quell’onda sozza, inseguita dai piccoli uomini che cercano di imbrigliarla prima che inquini le rive del grande fiume fino alla maestà del Delta.
Negli ultimi anni il Lambro (caro a Giovanni Testori e alla sua Monaca di Monza), si era in parte rigenerato, riscattato, con la decadenza degli altiforni, dalla pressione di una malintesa, proterva modernità. Ma ecco che la maledizione ritorna, inducendo Ermanno Olmi, amico delle acque, a suggerire che la Regione Lombardia dichiari, invece dello stato di calamità, quello di stupidità. Molti conti non tornano nella catastrofica vicenda. C’è all’origine il gesto criminoso di chi ha aperto i rubinetti e pompato il contenuto delle cisterne, insensibile al danno provocato alle bellezze della natura, agli onesti proventi e alla salute delle persone.
Dobbiamo prendere dolorosamente atto che la malvagità e la stupidità umana non hanno confini (mysterium iniquitatis). Ma si dovrebbe porre qualche onesto argine all’azione dei bruti. Altri interrogativi si addensano invece sulla raffineria in via di liquidazione diventata un deposito di carburanti: in attesa che si realizzasse un ambizioso progetto urbanistico, denominato spiritosamente Ecocity. Lascia quanto meno interdetti la sorveglianza pressoché inesistente del complesso, abbandonato alla mercé, non dico di eventuali terroristi islamici, ma del primo malintenzionato di passaggio. E non si capisce come sia consentito a un’azienda «dismessa» di conservare nelle cisterne una malcerta quantità di gasolio e olio combustibile che rappresentano un così alto potenziale di rischio per la gente e per l’ambiente.
Al momento, mentre seguiamo con trepidazione gli sforzi generosi per limitare il danno, non ci resta che lo sfogo dell’invettiva: che Dio secchi quelle mani impure, che Dio confonda i corresponsabili ad ogni livello del misfatto. Le risposte, se verranno, chiariscano almeno le occulte ragioni di tanto sfacelo.