Perché è importante che il piano casa resti nell’agenda di governo
Tratto da Il Foglio del 27 febbraio 2010
Il piano casa, che era stato lanciato l’anno scorso da Silvio Berlusconi, si è arenato nella giungla burocratica e istituzionale, con infiniti rimpalli tra regioni, comuni, commissioni edilizie e altre diavolerie.
Qualcosa si è fatto solo in Veneto, anche perché la legge nazionale ne ricalcava una della giunta Galan, e in alcune zone del Lazio. La falsa partenza, nell’anno che precede le elezioni regionali, forse era inevitabile. Per compiacere spinte localistiche, pregiudizi falsamente ambientalistici, e soprattutto per non turbare sistemi di potere burocratici, le giunte regionali hanno emesso provvedimenti volti a limitare invece che a promuovere gli ampliamenti di edifici individuali e la costruzione di case da destinare all’affitto. La questione, però, resta aperta, anche per la sua evidente utilità economica. Mobilitare una quota di risparmio privato valutata attorno ai 50 miliardi significa aumentare la domanda interna e dare lavoro, con un’operazione anticiclica che non costerebbe nulla, anzi renderebbe persino qualcosa, alla mano pubblica.
Si dice che Berlusconi intenda rilanciare questo tema nella fase conclusiva della campagna elettorale, il che può essere utile alle liste del suo partito. Quel che conta di più, però, è che le nuove giunte che si insedieranno, non più preoccupate di una verifica elettorale immediata, pensino allo sviluppo e all’occupazione nei loro territori, anche scontrandosi con sistemi di potere e sacche di pigrizia burocratica o localistica. Tutti quelli che si dicono interessati alla famiglia, dovrebbero agire perché ci siano appartamenti in affitto a prezzi accettabili per giovani coppie, quelli che parlano di esigenze di mobilità dovrebbero calcolare quanto pesa l’ostacolo della difficoltà di trasferirsi per le condizioni del mercato delle locazioni. Infine la tesi federalista avrebbe da guadagnare dalla dimostrazione di una volontà di collaborazione dei territori alla crescita economica comune, tutto da perdere dalla dimostrazione opposta, del carattere paralizzante dei localismi esasperati.