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*Un incubo che si affaccia: se le urne diventassero teleurne?

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Laboratori, suggestioni e rischiose tentazioni
di Domenico Delle Foglie
Tratto da Avvenire del 27 febbraio 2010

Senza che nessuno batta ciglio, l’Italia è già protagonista di un esperimento di ingegneria sociale i cui effetti si potranno valutare pienamente solo fra qualche anno. Parliamo, naturalmente, dell’estensione a macchia d’olio del fenomeno del televoto. Gigio Rancilio, nei giorni scorsi, ha svelato su queste pagine tutta la verità sul televoto del Festival di Sanremo. Ma proprio quel racconto, insieme con il trend astensionistico che accompagna le chiamate alle urne degli italiani, induce a qualche considerazione.

Innanzitutto il fenomeno del televoto: è letteralmente esploso con l’entrata in scena dei reality e con la necessità di fidelizzare i telespettatori al 'prodotto­persona'. Si tratti del concorrente sconosciuto del Grande Fratello o del Famoso in viaggio all’Isola della Ventura, del ballerino di Amici o della cantante di X Factor, è tutto un vota-vota. Meccanismi di esclusione ('nomination') o di inclusione-esclusione (gare dirette) si susseguono in un vorticoso gioco di verità e finzione. Ma tutto ciò ha abituato intere generazioni a utilizzare, in contemporanea, telecomando e telefonino per partecipare a questa messa in scena della vita. Sia essa una gara di sopravvivenza o un talent show.

Nella certezza che il mondo futuro sarà un mondo sempre più virtuale, dominato da media in costante dialogo e persone perennemente in rete. Proviamo a immaginare un trend. Proprio il forte astensionismo elettorale cui le democrazie mature vanno incontro (vedi gli Stati Uniti, ma anche l’Italia), possono indurre a ipotizzare una via di uscita nel televoto, con tutti gli accorgimenti tecnici che questa scelta può comportare. Chiamiamolo per convenzione televoto, naturalmente potrebbe trattarsi di un meccanismo elettronico molto più sofisticato. Ciò che importa è, nel frattempo, abituare intere generazioni a usarlo, come espressione di una forma di democrazia diretta o di base. Chi potrebbe frenare, a questo punto, l’ambizione del potere politico di servirsi di uno strumento come questo, capace di garantire un risultato in tempo reale? Basti pensare cosa potrebbero diventare trasmissioni come Porta a Porta, Ballarò, Annozero, Matrix e Tetris.

Altro che Terza Camera! La tentazione di farsi sempre più strumenti della decisione politica sarebbe irresistibile. In fondo, sarebbe un’altra applicazione del sogno fatto da chi – come Gustavo Zagrebelsky – va sostenendo la necessità, per la società moderna, di dotarsi di altri luoghi e occasioni nei quali esercitare forme di democrazia deliberativa. Ovvero, forme di democrazia diretta su alcuni temi specifici, spostando quindi l’asse della deliberazione dalle stanze delle assemblee elettive alla società. Prospettiva suggestiva, ma con il rischio evidente di mettere in crisi il sistema della rappresentanza come l’abbiamo conosciuto, anche su materie delicatissime. Un rischio che non viene cancellato dall’ipotesi di ancorare tali procedure a una base territoriale delimitata. Basti pensare a due questioni che investono i territori: l’energia nucleare o la sanità (con tutti i suoi risvolti di natura bioetica). Per non parlare della definitiva consacrazione del leaderismo politico che un sistema del genere porterebbe con sé. Già oggi molti (forse troppi) votano il leader per come appare, non per quello che pensa e propone… E se domani, davvero, le urne diventassero teleurne?




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