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di Andrea Forti
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 15 febbraio 2010
La Russia si sta preparando alla celebrazione, l'otto maggio prossimo, del sessantacinquesimo anniversario della vittoria nella «Grande Guerra Patriottica», come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale per sottolineare il valore patriottico, prima ancora che ideologico, di quell'immane conflitto.
Che la «Grande Guerra Patriottica» sia un elemento centrale della memoria nazionale russa post-sovietica lo si capisce anche solo dalla grande importanza mediatica data all'annuale parata militare dell'8 maggio sulla Piazza Rossa, che ha sostituito le ancor più grandiose parate che, in epoca sovietica, ricordavano la «Rivoluzione d'Ottobre». Quest'anno le celebrazioni della vittoria vedranno, per la prima volta nella storia russa, partecipare alla parata militare anche simbolici contingenti francesi, inglesi e americani, un evidente gesto di distensione nei confronti dell'Occidente e della Nato che ha scontentato non poco esponenti nazionalisti e «stalinisti» dell'opposizione russa.
Riguardo alle celebrazioni della vittoria di quest'anno più della partecipazione di reparti occidentali alla sfilata è un altro tema che sta dividendo la politica russa, ossia il ruolo di Stalin nella vittoria sovietica sulla Germania. Nella storia della Seconda Guerra Mondiale una cosa infatti è certa: dopo gli Usa la potenza vincitrice del conflitto fu l'Unione Sovietica di Stalin, lo stesso regime che si rese responsabile di milioni di morti e di internati nel sistema concentrazionario del Gulag, vittime di spaventosi e fallimentari esperimenti di ingegneria sociale.
Il regime e l'uomo che fecero della Russia sovietica una potenza militare e industriale globale, in grado di decidere assieme agli Stati Uniti l'assetto del mondo postbellico, furono anche la causa di milioni di morti durante le collettivizzazioni forzate e le purghe degli anni ‘20 e '30, milioni di vittime che non si contarono solo fra le popolazioni non-russe ma anche, e in certi periodi soprattutto, fra quelle masse contadine etnicamente russe che costituiranno, durante la guerra contro i tedeschi, il nucleo dell'Armata Rossa vittoriosa.
La decisione del comitato per la preparazione delle celebrazioni di allestire dei cartelloni celebrativi della Vittoria con raffigurata l'effige di Stalin hanno comprensibilmente aperto un acceso dibattito politico fra le principali forze del paese. Ad appoggiare pienamente la «riabilitazione» del dittatore sono, ovviamente, i comunisti di Zjuganov, i veri «custodi» del nostalgismo sovietico, una funzione che rende il PC russo di fatto più simile al vecchio Msi italiano che ad un autentico partito della sinistra rivoluzionaria; secondo il leader comunista russo infatti non ci sarebbe stata vittoria senza Stalin: «Tutti i comandanti del fronte riconobbero il talento militare di Stalin e non avrebbero mai immaginato una vittoria militare senza di lui».
Di ben altro avviso sono le forze politiche di centro-destra del paese, che al contrario tendono a scindere la vittoria dalla figura di Stalin e dal sistema comunista. Secondo Boris Gryzlov, che guida il partito di maggioranza «Russia Unita» (la formazione che sostiene Putin e Medvedev): «E' stato il popolo a vincere la guerra, non Stalin (...) nessun poster potrà mai correggere il discutibile ruolo di Stalin nella vita del nostro paese». A rincarare la dose è il leader nazional-liberale Vladimir Zhirinovsky, secondo il quale: «Abbiamo perso i primi mesi di guerra a causa sua e vinto la guerra non per lui. Stalin (negli anni'30 n. d. a.) giustiziò i vertici militari e furono i nuovi comandanti cresciuti nelle trincee assieme ai soldati russi a battere l'esercito nazista, Stalin non ha nessun merito al riguardo».
Il dibattito russo sulla figura e sul ruolo di Stalin oramai esula del tutto da considerazioni ideologico dottrinarie, come ai tempi della destalinizzazione khruscheviana, ma fa parte del processo di costruzione identitaria della Russia post-sovietica, che cerca di far convivere il passato imperiale zarista, quello sovietico e il presente di un Paese che, sebbene amputato di gran parte del suo ex-impero, ancora si concepisce come potenza mondiale. La riabilitazione di Stalin in quanto despota-vincitore, operata da ambienti neocomunisti e ultranazionalisti di estrema destra, rientra in pieno in una visione «continuista» della storia russa che concepisce l'impero ortodosso degli Zar, quello comunista dei Soviet e l'attuale Federazione Russa come tre fasi di un'unica Storia, quella della «Russia eterna e indivisibile», una classica concezione nazionalista dove momenti di drastica cesura come la rivoluzione bolscevica o il crollo dell'Urss vengono ridotti a mero «incidente della storia».
Paradossalmente, ma non troppo, l'interpretazione ultranazionalista di Stalin, che vede in lui una reincarnazione dello spirito dell'«eterna Russia», riscuote un certo successo presso ambienti neo-comunisti e post-comunist occidentali, che in questo modo possono addossare le responsabilità del comunismo mondiale sulla sola figura di Stalin, negando inoltre che questi fosse un autentico comunista, o su qualche presunta natura «autoritaria e dispotica» della Russia.