Fondazione Agnelli: non è più un ascensore sociale Il successo condizionato da ceto sociale e residenza
di Enrico Lenzi
Tratto da Avvenire del 24 febbraio 2010
La scuola come ascensore sociale? In Italia non esiste, o ha smesso di esserlo da tempo. Infatti la «scuola italiana sembra fallire nell’obiettivo di garantire pari opportunità di accesso a qualsiasi tipo di istruzione superiore e pare invece configurarsi come uno strumento di cristallizzazione delle posizioni sociali consolidate». Insomma la scolarizzazione di massa è riuscita nell’intento di alfabetizzare e aumentare il tasso culturale della popolazione, ma dal punto di vista delle pari opportunità «nel complesso, riproduce la stessa iniquità, generazione dopo generazione». In parole povere, la condizione sociale di partenza continua a essere un vincolo. E se a questo fattore, si aggiunge che anche il luogo dove si nasce e cresce ha la sua influenza sul successo finale, il quadro che emerge dal Rapporto 2010 della Fondazione Agnelli (presentato questa mattina a Roma alla presenza del ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini, della presidente della Fondazione Maria Sole Agnelli e del vicepresidente John Elkann) rischia di deprimere. Eppure il Rapporto «non vuole essere catastrofista – assicurano i suoi curatori –, ma vuole offrire una base oggettiva da cui partire per una seria politica scolastica». Di certo la fotografia che emerge evidenzia problemi, a volte antichi, ma anche situazioni positive, in cui pari opportunità di accesso, successo formativo, qualità del servizio e spesa ben indirizzata non sono affatto un miraggio. Il Rapporto analizza proprio la spesa per l’istruzione in Italia sia dal punto di vista globale sia suddiviso tra i vari erogatori. L’attenzione è rivolta in particolare alle Regioni, a cui la riforma del Titolo V della Costituzione affida nuove competenze proprio in tema di educazione: spendono bene o male? L’indicatore scelto per capirlo «è ricavato dividendo la spesa media sostenuta per l’istruzione scolastica di un quindicenne per il punteggio medio ottenuto dagli studenti delle diverse Regioni nelle tre prove Pisa», cioè le rilevazioni internazionali su conoscenza della lingua, della matematica e delle scienze. Insomma un indicatore in grado «di rapportare le risorse spese ai risultati grazie a esse ottenuti». Si scopre così che il Veneto con 113 euro a punto risulta la Regione più virtuosa, con un indice decisamente più basso rispetto alla media nazionale, che si pone a 127 euro. Al secondo posto «virtuoso» troviamo la Puglia (119 euro), anche se il risultato Pisa dei quindicenni pugliesi non è affatto esaltante. «In questo caso – commenta il Rapporto – si è raggiunta un’efficienza, ma decisamente al ribasso». All’estremo opposto della graduatoria si collocano Basilicata (144 euro), Sardegna (148) e il Trentino Alto Adige (165). Seppure con risultati Pisa differenti, queste Regioni «dimostrano che risorse pro capi- te superiori alla media non necessariamente si traducono in proporzionali maggiori conoscenze e competenze acquisite dagli studenti». E le altre Regioni? Sostanzialmente si pongono intorno alla media nazionale con uno o due punti di differenza. Ma tutte evidenziano un problema: non hanno un rapporto organico e diretto con le istituzioni scolastiche, mentre il federalismo fiscale richiede una conoscenza più approfondita del sistema per intervenire al meglio.
Altro tema a cui il Rapporto cerca di dare risposta è la spesa complessiva per l’istruzione, che in Italia «si aggira intorno al 3, 5% del Pil, leggermente sotto alla media Ocse del 3, 8%. Il costo maggiore è ovviamente a carico dello Stato che spende 43 dei 53 milioni di euro complessivi (dati 2007), pari all’ 80, 4% della spesa pubblica. Di questi 43 milioni, l’ 87% (37 milioni) va per le retribuzioni del personale. Nella classifica degli enti pubblici che sostengono la spesa per il sistema scolastico, seguono i Comuni con 6 milioni (11, 2%), poi le Province con 1, 5 milioni (2, 8%) e infine le Regioni con 1, 3 milioni (2, 4%). Da aggiungere l’ 1, 6 milione di euro spesi da Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta, che gestiscono direttamente il sistema scolastico regionale.
Ma il cuore del Rapporto è dedicato ai «diversi divari di equità che il sistema evidenzia». Un elenco breve, ma impietoso. Al primo posto «l’abbandono dopo l’obbligo», che «vede il 20% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni non aver completato la secondaria». L’identikit del drop- out? «Maschio, spesso di origine straniera, con un retroterra socio- culturale svantaggiato». E l’estrazione socio- culturale pesa «in misura preponderante nella selezione degli indirizzi nella secondaria» : i figli di famiglie abbienti vanno preferibilmente nei licei, quelli di ambienti sociali meno favorevoli andranno nei professionali. «Questa segmentazione è contraria a ogni concezione di merito – recita il Rapporto – e sarebbe opportuno tenere i ragazzi in percorsi formativi comuni più a lungo, dove possano riconoscere ed esprimere meglio le proprie inclinazioni e talenti». E se non bastasse, tra le «iniquità presenti nel sistema» vi è anche quello che «indirizzo di studi e retroterra familiare incidono anche sui risultati scolastici: uno studente di liceo, a parità di tutte le altre caratteristiche, ottiene 61 punti Ocse- Pisa in più rispetto a uno dell’istituto professionale». Ultima «iniquità» i «divari territoriali degli apprendimenti: uno studente del Nord parte con un vantaggio di 68 punti nelle competenze misurate da OcsePisa 2006 rispetto a un suo collega del Sud, indipendentemente dalle caratteristiche individuali e dalla scuola che si frequenta». Davvero una scuola italiana a due velocità. A cui occorre rimettere mano. Sotto osservazione anche la spesa complessiva, che vede il ministero al primo posto. Tra gli Enti locali deficitario l’impegno delle Regioni superate da Comuni e Province negli investimenti