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È attivo a Milano il primo centro italiano per le «cure di supporto» Una realtà pilota per le persone affette da tumore non in fase terminale • L'oncologa Ripamonti: «Si pensa solo ad alleviare il fine vita, ma l'aiuto a vivere bene va dato fin dal primo giorno, durante la radio e la chemioterapia» • Alla base c'è la visione globale del paziente, che è fatto di corpo, mente e spirito: «Il farmaco non basta, agiamo sulle emozioni e l'esperienza che ognuno ha col trascendente»
di Lucia Bellaspiga
Tratto da Avvenire del 21 febbraio 2010
Il vecchio divano in stoffa verde ha solo tre zampe, ma chi lavora al nuovissimo centro per le Cure di Supporto dell’Istituto dei Tumori - primo e unico in Italia lo considera un cimelio: con quanti pazienti e medici vi ha dialogato il professor Ventafridda, padre della terapia del dolore e delle cure palliative! Anche oggi i pazienti oncologici del neo-nato centro a volte si rifugiano tra le pieghe di quel velluto rassicurante (comode poltrone in stanze vicine li attendono), mentre via endovena ricevono le medicine per il corpo e intanto, attraverso il dialogo, il sostegno per la mente. È questa, infatti, la nuova strada battuta con successo dal milanese Istituto dei Tumori, che rispetto alle cure palliative (dedicate ai malati terminali) fa un passo 'indietro' nel tempo, perché «esiste una realtà che non è solo fine-vita ma che inizia molto prima, già dal momento della diagnosi», spiega Carla Ripamonti, oncologa, farmacologa e palliativista per 27 anni, responsabile della Struttura dipartimentale per le Cure di Supporto al paziente oncologico, da lei creata nel giugno del 2009.
Dalle Cure palliative alle Cure di Supporto: qual è la novità?
Le prime sono fondamentali, ma si rivolgono al paziente solo negli ultimi mesi di vita, quando le terapie oncologiche attive sono sospese perché non hanno più effetto. La cura globale del malato, invece, deve iniziare dal momento della diagnosi e durare per tutto il periodo delle terapie, andando a lenire i sintomi della radio e della chemioterapia... La percentuale più alta di suicidi nei pazienti oncologici avviene alla diagnosi, non in fase terminale, e la chemioterapia spaventa perché provoca sofferenze collaterali. Noi alleviamo i sintomi fisici e psicologici ai malati ancora guaribili, li curiamo e nutriamo quando altrimenti a causa delle terapie anticancro non riuscirebbero a mangiare e bere.
Dunque le Cure di Supporto non si rivolgono ai malati terminali, ma a tutti i pazienti che possono guarire o vivere con il cancro anche per molti anni, e che è giusto li vivano bene.
Altrimenti che senso ha allungare la vita? Quando si lascia spazio alla sofferenza si fa strada la tentazione orrenda dell’eutanasia, che invece sparisce se l’assistenza è globale.
E qui arriviamo all’altra fondamentale caratteristica propria delle Cure di Supporto: la visione globale del paziente, fatto di corpo, mente e spirito.
Ogni medico sa che, in presenza di malattie gravi come il cancro, il paziente chiede che gli si curi il fisico ma anche lo spirito. È un uomo che ha paura, che era impreparato a una diagnosi del genere, che teme la malattia, e soprattutto che cerca un senso a quanto gli sta capitando. Un paziente a 360 gradi, fatto di corpo e di emozioni, e io medico devo curare entrambi.
Troppe cose, per un medico...
Infatti si lavora in équipe: qui siamo due medici, tre infermieri, due assistenti spirituali, gli psicologi dell’Istituto dei tumori, l’assistente sociale e il personale del laboratorio di arteterapia gestito dalla Lilt. Se dovessi dare un titolo, direi 'non di soli farmaci' vive l’uomo. Sia chiaro, il farmaco resta il perno, ma mentre pratico la trasfusione io attivo tutti i meccanismi e gli interlocutori necessari anche alla cura interiore. Terapia del dolore, cura del cancro e sostegno spirituale devono integrarsi e andare di pari passo, allora davvero curiamo il malato, lo facciamo stare bene.
In Italia siete i primi a percorrere questa strada, ma i dati all’estero parlano chiaro.
Numerosi studi, specie negli Usa, dimostrano che la spiritualità influenza la capacità di sostenere la malattia, soprattutto nei contesti di malattie gravi. I malati di cancro non si aspettano la soluzione dei problemi di ordine spirituale da parte degli oncologi, tuttavia desiderano essere confortati nell’affrontare i propri bisogni spirituali senza paura di sentirsi giudicati. Tant’è che dal 2005 la Jcaho, la più importante organizzazione a livello mondiale di accreditamento delle strutture sanitarie, ha sancito l’obbligo per una struttura ospedaliera di rilevare per ogni paziente la sua 'Spiritual history'. Il malato è sempre persona, non solo nelle 'fasi terminali', quando spesso non c’è più il tempo necessario per elaborare una dimensione tanto complessa come quella legata alla spiritualità.
Mi scusi, ma il medico può anche essere persona non di fede...
Infatti non si parla necessariamente di religiosità ma di spiritualità, cioè la relazione che ogni individuo ha con una propria esperienza del trascendente. Dal giugno 2009 abbiamo curato centinaia di malati oncologici e grazie a Fondazione Cariplo abbiamo svolto il primo studio italiano su pazienti non terminali, dal quale emerge che 'la preghiera aiuta nei momenti di grave malattia' (60, 7%), 'il credo religioso dà un sentimento di speranza' (79%), 'durante la malattia le credenze religiose o spirituali si sono rafforzate' (78%). Eppure l’83% non trova aiuto presso la sua comunità religiosa... Sono cose che devono far pensare.
I medici colgono la portata di questa esigenza da parte dei pazienti?
Uno studio condotto con la American Society of Clinical Oncology, la più importante associazione mondiale di oncologi, dimostra una percezione da parte dei medici molto limitata: alla domanda su quale fattore influenzi maggiormente la decisione se accettare o meno i trattamenti, mentre i pazienti mettono al secondo posto la 'fede in Dio' (dopo solo le raccomandazioni degli oncologi), i medici la relegano all’ultimo.
C’è un divario grave tra la 'domanda' e l’'offerta', insomma. Come vede il futuro?
Noi apriamo una strada. Mi do cinque anni perché le Cure di Supporto diventino parte integrante della medicina, ma bisogna iniziare dalle università. Attorno al malato deve ruotare un insieme di professionalità diverse che portino avanti la cura a tutto tondo: al centro c’è la medicina, ma con questa devono collaborare tutte le altre competenze, altrimenti il farmaco rischia di diventare la via più comoda... Occorrono molte risorse umane, ovviamente.
Tutto questo ha un costo.
Molto più alto dell’eutanasia.