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di Giuseppe Cremascoli
Tratto da Rai Vaticano - il blog il 21 febbraio 2010
Molti fra quanti fanno parte della mia tribolata generazione devono aver vissuto il passaggio dal latino alle lingue locali, nella liturgia, con sentimenti indefiniti e vaghi, persino un po’ contraddittori.
Si avvertiva la necessità della mutazione, ma era anche chiaro che tesori inestimabili, di testi e di musiche, sarebbero stati inghiottiti dal nulla e dall’oblio. È così che, a distanza di decenni, si fa acuta la nostalgia al ricordo di brani liturgici di straordinaria bellezza, che si imprimevano nell’anima occupandone tutti gli spazi, soprattutto se avvolti nel manto di melodie gregoriane, cariche di dolcezza e di sovrumana forza nell’infondere nei cuori il desiderio di Dio.
Le rimembranze si affollano nella mente e vi restano in modo indistruttibile. Mi colpiva, ad esempio, la sublime sobrietà e la potenza espressiva delle orazioni recitate nelle domeniche dopo la Pentecoste. Nella stesura dei testi erano rispettate le norme del ritmo, ed i pensieri e i sentimenti, evocati con tocchi di finezza e di grazia, penetravano nei santuari più riposti dell’anima, acquistando via via forza e intensità.
Fra i testi poetici accolti nella liturgia e di più frequente uso, il pensiero va alle sequenze del Dies irae e dello Stabat Mater. La pietà per gli estinti e il senso cristiano del vivere e del morire si alimentavano al pensiero del giorno tremendo e della suprema giustizia, traducendosi il tutto in suppliche rese ardenti e vive dalla certezza della misericordia e dell’amore di Dio. Lo Stabat Mater ritmava il percorso della Via Crucis, e gli spiriti si immergevano nella contemplazione dell’Addolorata accanto al Divin Figlio, nel compiersi del riscatto del mondo, oppresso dal mistero del dolore e del male.
Mentre i testi in latino e le melodie gregoriane cedevano il posto ai formulari che venivano via via elaborati, si insinuavano intanto, in alcuni di noi, oscuri timori, come se qualcosa di problematico e di non gradevole fosse in agguato. Forse, nell’inconscio, ci si rendeva conto che solo i testi latini, protetti dal fatto stesso di non essere lingua viva per chi li pronunziava, restavano al riparo da arbitrarie mutazioni. Era impossibile, infatti, che un celebrante cambiasse le formule latine all’improvviso e in base al suo gusto, nel compiersi del rito.
Oggi non è più così, e i praticanti devono mettere in conto possibilità di incursioni di varia entità e natura anche sui testi stampati e resi ufficiali per le celebrazioni liturgiche. Gli interventi sono di vario tipo. Se si fanno aggiunte in certi momenti del rito, si sa che l’officiante propone qualcosa di suo ed ex novo. Si può discutere (e l’abbiamo fatto) sull’opportunità di questo zelo, ma va notato che la situazione è diversa rispetto a quando il celebrante muta i testi ufficiali, sostituendo parole e formule sue a quanto è davanti ai suoi occhi per essere proclamato.
Qualcuno sostiene che non mancano casi in cui gli interventi portano delle migliorie. Non mi sono mai accorto, ma il punto non è qui. Ci si deve seriamente chiedere se un estendersi di questo uso (già, per altro, ben radicato) non comporti rischi e problemi di non poco conto. I testi liturgici sono il tramite della fede, rivelata e da custodire integra. Le formule che ne accolgono e tramandano i dati così da essere la linfa vitale dei riti sacri, richiedono una grande preparazione per essere ben stilate e divenire pronte per l’annuncio. Si possono dare in braccio all’improvvisazione e al fai da te? Nell’istituzione cristiana non ci sono ministeri a cui è affidato il compito di custodire, con il depositum fidei, anche il tesoro preziosissimo del buon senso?