- Home
- Miradouro.it
- Ambiti
- Sezioni
- Argomenti
- Serie di articoli
- Contenuti speciali
- Links

Le dimissioni di Mr Clima e i dati gonfiati
di Giulio Giorello
Tratto da Il Corriere della Sera del 21 febbraio 2010
Colpo di tuono a ciel sereno (ma freddo). Giovedì 18 si è dimesso il segretario esecutivo della convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico Yvo de Boer. A parte le motivazioni che ha fornito in rispetto della forma, qualcuno gli rimproverava la sua metamorfosi «da tecnico in politico».
Olandese, cinquantaseienne con alle spalle una sobria carriera diplomatica, era diventato una figura fortemente mediatica, nota per il suo instancabile attivismo: e qualcuno ricorda le sue lacrime quando, vestito di una camicia a fiori e provato da interminabili sedute, si era esposto al duro attacco di un delegato cinese alla Conferenza di Bali 2007. Sembra ora caduto vittima delle tensioni tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo o dei giochi politici tra gli Usa, la compagine europea e il cosiddetto «Basic Group» (formato da Brasile, Sudafrica, India e Cina). Era noto come «l’uomo del riscaldamento», intendendosi con questo l’aumento globale di temperatura dovuto al rilascio dei cosiddetti gas serra (più precisamente, il loro accumulo nell’atmosfera terrestre farebbe sì che questa agisca appunto «come una serra», imprigionando il calore solare e vietandogli di rifluire all’esterno).
Da qualche decennio gli esperti sfornavano previsioni apocalittiche per tempi relativamente brevi, tipo lo scioglimento dei ghiacci polari, l’insopportabile concentrazione di anidride carbonica nonché la crescita del livello delle acque (Venezia, addio!) e persino… il fallimento di non pochi impianti di sport invernali! Da qualche anno è emersa una tendenza contraria, che si concentra sulla domanda: «Quando comincerà l’Era glaciale prossima ventura?». Il mondo degli specialisti del clima si è diviso, con buona pace di tutti coloro — politici e cittadini — che si aspettano dalla scienza unanimità e certezze. Alle divergenze fra i rappresentanti dei vari Paesi corrisponde, nel largo pubblico, un senso di disorientamento e di sfiducia che induce come reazione un crescente disinteresse per l’intera questione. E allora, come preferite finire: a rosolare sotto un sole cocente o congelati dentro un’enorme palla di neve? C’è perfino qualche modello che accontenta entrambi i gusti: un riscaldamento di pochi gradi potrebbe preludere a grandi raffreddamenti e isole di caldo torrido potrebbero resistere in una Terra globalmente gelida.
Il punto è che il meccanismo climatico è così complesso che troppi elementi concorrono a influenzare le temperature del Pianeta e nessuna componente può essere considerata in modo isolato. Per esempio, sappiamo che per fattori astronomici l’emissione del calore del Sole cambia secondo schemi ciclici, il che ovviamente influenza la temperatura terrestre: può indebolire quella estiva allontanandosi dall’equatore, in modo da consentire l’accumulo di nevi invernali; il che non significa immediata formazione di grandi lastroni di ghiaccio; però, aumentando la superficie della zona innevata, i raggi vengono sempre più riflessi nello spazio, e ciò fa diminuire la temperatura. In altri casi, invece, i vari cicli si neutralizzano reciprocamente e si verifica il ritiro progressivo dei ghiacci. Saremmo tentati di dire che è la natura che fa esperimenti col clima: «l’esperimento umano» consistente nell’emissione di gas serra sarebbe al confronto ben poca cosa! L’insistenza unilaterale sui dati che confermavano esclusivamente quest’ultimo e le implicazioni politiche e ideologiche che se ne sono volute trarre (dalla condanna indiscriminata di tutto il progresso tecnico-scientifico alla raccomandazione ai Paesi in via di sviluppo di non seguire la via della dissipazione con cui le nazioni «ricche» avevano costruito la loro potenza) hanno finito per dar ragione a non pochi scettici circa l’impatto delle attività umane sul clima, portando per contrappasso a una sorta di anti ideologia che ha finito col negare qualsiasi effetto antropico. Ma un’anti ideologia è sempre un’ideologia, seppur di segno opposto. Rischiamo davvero, invece, di dimenticare i difetti maggiori a livello locale dei modi attuali di produrre e di consumare, e i danni effettivi delle varie forme di inquinamento, dissipando nel gioco di accuse e controaccuse la fiducia dei cittadini che dai guai dello sviluppo si possa cercare di uscire non con meno ma con più scienza.