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Centoventicinque anni dopo la posa della prima pietra, ecco la vera storia (anche fotografica) del Vittoriano. E di come il colle più bello di Roma fu distrutto per fare spazio al bestione di marmo che sancì il trionfo dello Stato sul papato
di Marco Bona Castellotti e Filippo Piazza
Tratto da Tempi del 17 febbraio 2010
Centoventicinque anni fa, il 28 marzo 1885, Umberto I di Savoia, “il re buono”, pose la prima pietra del monumento che avrebbe consacrato in eterno la memoria di suo padre Vittorio Emanuele II, “il re galantuomo”, scomparso nel 1878. Il monumento trae da lui il nome di Vittoriano, mentre la denominazione di Altare della patria, con la quale è universalmente noto, appartiene a un momento successivo alla fondazione, e si applica soltanto alla porzione più pulsante, cioè al cuore, con la tomba del Milite ignoto. Il monumento era stato caldeggiato dal ministro Zanardelli, un bresciano di polso, e il concorso per il progetto architettonico, bandito nel 1892, fu inaspettatamente vinto da Giuseppe Sacconi, che in quel momento non aveva ancora conquistato la fama che gli verrà conferita dall’erezione del Vittoriano, ma nel 1882 non aveva al suo attivo credenziali speciose.
Due anni dopo l’inizio dei lavori del monumento a Vittorio Emanuele II, per il quale furono impiegate centinaia di tonnellate di marmo di Botticino, il medesimo Sacconi, marchigiano di origine, fu chiamato a ristrutturare la basilica della Santa Casa di Loreto; pertanto va addebitato a lui lo scempio di alcune cappelle, vedi quella degli Altoviti, demolita di netto insieme agli affreschi cinquecenteschi che ne ornavano le pareti. Delle tre tele del grande pittore manierista Girolamo Muziano se ne salvarono soltanto due, che finirono arrotolate come tappetacci nei depositi della basilica. Tutto ciò comprova come la mano di Sacconi fosse pesante.
Quello che ci siamo persi
Egli concepì il Vittoriano all’incirca nelle forme che tutti coloro che vi passano davanti oggi hanno la facoltà di vedere: come un altarone classico, con palesi riferimenti al modello del santuario ellenistico di Palestrina. La violenza incandescente del marmo bianco e le dimensioni faraoniche che caratterizzano il Vittoriano sortiscono l’effetto di un terribile e abbagliante pugno nello stomaco che – è inutile tacerlo – sconvolge l’armonia di quel punto di Roma, anche se ormai il mondo a quella visione si è abituato. Pochi però sanno che prima degli interventi urbanistici umbertini e fascisti la zona del Campidoglio doveva essere tra le più affascinanti della città, per il convivere di monumenti classici e medioevali, di palazzi e di abitazioni civili confinanti con complessi conventuali di antica fondazione. Tutta la zona dove oggi si apre piazza Venezia era dominata dal Colle capitolino, che aveva un’estensione infinitamente maggiore di quanto oggi non rimanga e non si veda una volta salita la scala che conduce alla basilica di Santa Maria in Aracoeli, fulcro spirituale di Roma, che trae il nome da una leggenda medioevale secondo la quale in quel luogo la Vergine Maria era apparsa all’imperatore Ottaviano, dal che il titolo di ara coeli, ossia di altare del cielo.
La mano pesante di Sacconi
La scalinata è molto ripida – lo sa bene chi la percorre d’estate – ma fu concepita così nel XIII secolo proprio per aumentare il senso vertiginoso dell’elevatezza della basilica, che, prima delle spaventose demolizioni che devastarono il Colle capitolino per far spazio al Vittoriano, svettava più alta del Campidoglio stesso, superando in altezza le costruzioni monumentali circostanti. Una impressionante serie di fotografie d’epoca, già in parte pubblicate in un bel saggio di Marco Pizzo (in Tracce di pietra, a cura di Maria Giulia Barberini, Campisano editore, Roma 2008), si conserva presso gli archivi dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano a Roma, dove si vede come le costruzioni monumentali annesse alla basilica dell’Aracoeli comprendessero l’antico chiostro del monastero benedettino, risalente all’VIII secolo, un secondo chiostro quattrocentesco, il convento francescano, la biblioteca ricchissima di codici e di libri, solo parzialmente salvati, e il cosiddetto palazzo di papa Paolo III Farnese.
Sacconi e chi gli succedette nei lavori ebbero mano libera nelle demolizioni perché tutto il complesso dell’Aracoeli era stato espropriato nel 1873 e i beni incamerati dallo Stato. Ne conseguì a breve l’insediamento di una caserma che dovette sloggiare quando iniziarono i lavori per il Vittoriano. Ma la basilica dell’Aracoeli, una delle più stupefacenti di Roma, per la sedimentazione di arredi, pittura e scultura appartenenti a epoche diverse, aveva già subìto ogni genere di vicissitudini durante l’occupazione francese. Sconsacrata, era stata usata come stalla. Niente tuttavia a confronto di quello che sarebbe occorso quando il Colle capitolino fu tagliato di netto e tutto il complesso monumentale distrutto, esclusi basilica e portico.
Una scelta per nulla casuale
I lavori di demolizione erano iniziati nel 1885, e il Vittoriano fu inaugurato nel 1911, mentre l’apparato ornamentale di gran parte delle statue di marmo e di bronzo si protrasse sino al 1935, sovrapponendo retorica a retorica nell’arco di cinquant’anni esatti. I grandiosi sponsali sabaudo-repubblicano-fascisti misero al mondo il Vittoriano, un monumento che non lo puoi dire “brutto”, perché l’aggettivo non basta.
Non si creda che la decisione di incastonarlo in quel punto così denso di verità di Roma, simbolo dalla convivenza non sempre facile della vita civile e religiosa della città, non avesse all’inizio incontrato qualche ostacolo. La decisione di erigere il monumento a Vittorio Emanuele II, date le immani dimensioni, poneva il problema non lieve dello spazio. In predicato vi erano la piazza di Termini, la zona del Pantheon e, per l’appunto, quella del Campidoglio. Si optò per quest’ultima grazie all’abile tessuto politico-diplomatico ordito dal ministro Agostino Depretis, un lombardo di cultura mazziniana e repubblicana che allora rappresentava la cosiddetta ala di sinistra del governo. Depretis, in anni successivi a questi, verrà accusato di trasformismo.
Le ragioni della scelta del Campidoglio, che avrebbe causato l’immane sovvertimento che poi di fatto provocò, erano d’ordine vario, ma specialmente ideologico. Quando ci si risolse per il Campidoglio, dopo una seduta durante la quale il più strenuo oppositore della scelta fu il grande architetto Camillo Boito, si levarono le proteste indignate di alcune voci autorevoli, a cominciare dal sindaco di Roma, il principe Leopoldo Torlonia, rappresentante del partito liberale-cattolico, per arrivare a quella di Rodolfo Lanciani, che può essere considerato uno dei massimi archeologi dell’evo moderno. Lanciani era nato a Roma; aveva conseguito una laurea in filosofia, poi in matematica, poi in ingegneria e infine in archeologia. L’elenco delle sue pubblicazioni di argomento archeologico è smisurato, ma l’opera più importante è la Storia degli scavi di Roma in cinque volumi. Il Lanciani lanciò un appello perché si salvasse il Colle capitolino, così denso di vestigia classiche e cristiane. Vinsero Depretis e i suoi. Nel bando del concorso pubblicato sulla Gazzetta ufficiale nel 1882, si afferma a chiare lettere che il monumento doveva avere «un fondo architettonico» atto a «nascondere gli edifici posteriori», il che significa a coprire l’Aracoeli.
In dispregio dei «clericali»
Come osserva Catherine Brice in un importante volume del 1999 edito a cura dell’archivio Guido Izzi e tradotto in italiano nel 2005, il posto fu scelto «non in funzione del rapporto città antica-città moderna, ma piuttosto per ricordare l’opposizione secolare Comune di Roma-Papato». De Renzis, deputato di Capua, altro difensore della scelta del Colle capitolino, in un discorso del 1883 alla Camera tuonò: «Quando vedo la campagna proseguita nei giornali clericali… vuol dire che noi con l’onorare in Campidoglio la memoria del Gran Re, facciamo atto patriottico ed italiano». Neppure le obiezioni degli archeologi vennero ascoltate e quello che ne conseguì fu uno scempio di incalcolabili proporzioni.
Nel ballatoio del cortile interno del Palazzo di Venezia, appesa al muro, i visitatori e le scolaresche oggi possono ammirare una stupenda transenna di marmo datata 1372, con due signori, Francesco de’ Felici e sua moglie Caterina, inginocchiati in preghiera. È uno dei frammenti meglio conservati fra tanti altri perduti per sempre, che ornavano il convento dell’Aracoeli. I due offerenti l’avevano fatta scolpire «ad honorem gloriosae V. M.», a onore della Vergine Maria, una memoria sopravvissuta ai picconi di Sacconi, De Renzis, Depretis e quant’altri avrebbero voluto cancellarla.