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Al grido “si espropri”, Chávez camuffa la gran crisi energetica

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Civiltà )( BarbarieTratto da Il Foglio del 13 febbraio 2010

Roma. Hugo Chávez in uniforme verde oliva, intorno i sostenitori con maglietta e cappellino rosso. Punta il dito.

“Questo edificio, era un teatro antico, no? Ma adesso è nelle mani del governo, non è vero? E questo edificio?”. “Ha negozi privati di gioielleria”, gli rispondono. Punta il dito. “Si espropri!”. Applausi dei rossovestiti, Chávez si volta e torna a indicare. “E quell’edificio là all’angolo? Mi diceva Jacqueline ora che in quella casetta là è vissuto Bolívar subito dopo il matrimonio. Quella casetta che si vede là con due balconi. E lì che ci stanno due negozi. Si espropri!”. Applausi dei rossovestiti. Punta il dito “Questo edificio lì qual è?”. “Pure è un edificio che ha locali commerciali, di proprietà privata, pertanto…”. “Si espropri!, signor sindaco, si espropri! Si espropri!”. Applausi dei rossovestiti. “Dobbiamo trasformare tutto questo in un grande centro storico”. Si sfrega le mani. “Che lo è, ma dobbiamo riprendere un grande progetto architettonico e storico. Siamo nel cuore di Caracas. Caracas la ribelle”.

Quattro edifici nazionalizzati in quattro e quattr’otto, e che si aggiungono alla sempre più nutrita serie di espropriazioni degli ultimi mesi: dalla catena di ipermercati franco-colombiana Exito al gruppo siderurgico Ternium, per il quale l’argentina Techint sta ora protestando: non ha ancora ricevuto l’indennizzo pattuito. Più le altre imprese minacciate, compresa la Fiat. Più le pay tv, che si sono viste imporre anch’esse l’obbligo di trasmettere a reti unificate gli interminabili discorsi presidenziali: gli studenti protestano, ci sono stati scontri con poliziotti e militanti filogovernativi, con due morti e varie decine di feriti. Più il nuovo programma radio che dovrà diffondere il verbo del presidente a ogni ora del giorno e della notte. Più la missione tecnica cubana che è appena arrivata per aiutare Chávez a superare la gravissima crisi energetica, guidata da Ramiro Valdés in persona, lo storico comandante della Rivoluzione cubana, in cui si fece una feroce fama di fucilatore e ora ministro delle Comunicazioni di Cuba, dopo essere stato per 20 anni il capo del G2, il Kgb castrista.

Proprio mentre festeggiava i suoi undici anni al potere annunciando “altri undici anni di presidenza Chávez e 900 anni di rivoluzione bolivariana”, il presidente ha dovuto però ridurre l’orario degli impiegati pubblici a cinque ore al giorno, tagliare di un quinto la somministrazione di energia, disporre quattro ore di oscuramento quotidiano fuori Caracas, imporre la chiusura anticipata dei negozi e chiudere fino a nuovo ordine una parte delle imprese statali. Ma l’opposizione dice che se non si riduce la settimana lavorativa a quattro giorni si arriverà al collasso energetico entro aprile. E Igor Gavidia León, presidente della Electrificación del Caroní C. A., una delle maggiori imprese elettroniche statali, ha mandato ai suoi dipendenti una circolare per esortarli a partecipare all’unica iniziativa che può ancora salvare la situazione: “Clamor a Dios por el sector eléctrico nacional”. Pregare. L’inflazione è al 25, 1 per cento. I negozi sono vuoti. Una serie di scandali ha colpito la “boliburguesia” di regime. Quattro ministri si sono dimessi in un mese. Secondo alcuni analisti, è la crisi a costringere Chávez alla radicalizzazione. Secondo altri, al contrario, è Chávez ad aizzare il caos apposta, per togliersi di torno gli ultimi moderati e condizionare il voto alle politiche di settembre. Joel Acosta Chirinos e Jesús Urdaneta, compagni di Chávez nel fallito golpe del 1992, hanno lanciato contro di lui un duro appello: “Non ha più autorità morale per governare. La lotta per la corruzione, che fu la nostra bandiera, è il peggior rimprovero per un governo che esibisce il più osceno arricchimento illecito nella storia del paese”.




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