di Enzo Bettiza
Tratto da La Stampa dell'8 febbraio 2010
Finora la bancarotta greca è stata interpretata e spiegata soprattutto in termini economicistici, in chiave europeistica o europea, prescindendo dal quadro balcanico in cui la Grecia, con la sua turbolenta storia moderna, era e resta profondamente inserita almeno da un secolo e passa.
Della sua doppia anima, occidentale e orientale, si è continuato in questi giorni a parlare della prima ignorando la seconda che, invece, è presentissima in una crisi assai più complessa del solo tracollo finanziario. Al tremendo deficit del Pil, che ormai sfiora il 13% e rischia di escludere Atene dai 16 dell’Eurozona, s’appaia già da tempo una tormenta d’ordine sociale, morale, psicoideologica mai vista in proporzioni così devastanti in altre nazioni dell’Ue.
La verità è che la Grecia è diventata non solo un Paese finanziariamente disastrato, ma anche truffaldino nei confronti della contabilità comunitaria oltreché aggressivo e violento con se stesso. Da una parte le falsificazioni ottimistiche su un deficit in fuga quadrupla dai parametri di Maastricht; dall’altra un’amministrazione pubblica clientelare, corrotta in profondità, tipicamente balcanica, che invece di sanare il disastro lo ha aggravato manipolandolo con statistiche alterate nell’interesse esclusivo della corporazione. A tutto ciò si aggiungono gli assegni scoperti per due miliardi di euro nella prima metà del 2009, le ininterrotte occupazioni di scuole, l’ondata di scioperi a catena nei settori dell’agricoltura, del terziario, della cantieristica, della sanità.
Infine lo scoppio di sommosse di studenti anarchici che, come si ricorderà, hanno messo a ferro e fuoco il cuore di Atene. Altri scontri durissimi tra manifestanti e agenti si sono verificati a Salonicco, Patrasso, Rodi, Creta, Ioannina. Ancora nel gennaio di quest’anno s’è visto uno schieramento di mille trattori bloccare, per tre settimane, in protesta ai tagli dei sussidi agricoli, strade e valichi di frontiera con Bulgaria e Turchia disertati dai doganieri anch’essi in sciopero.
Diversi osservatori, analizzando l’immane disagio che sta mettendo in ginocchio la Grecia e spingendola fuori dall’Europa, parlano già di una crisi talmente generalizzata da richiedere la «rifondazione dello Stato». Il morbo andrebbe, insomma, ben al di là dei buchi neri del Pil e del debito con l’estero per investire e intaccare alla radice la società greca nel suo insieme. Non ne escono bene, dal tutto, nemmeno le due storiche dinastie politiche dei Karamanlis (conservatori) e dei Papandreu (socialisti) che si sono alternati al potere democratico dopo la fine della dittatura dei colonnelli. Gli uni e gli altri hanno tollerato troppo a lungo nepotismi, corruttele, evasioni fiscali, sotterfugi e imbrogli con le casse comunitarie. Soltanto adesso, sotto la minaccia di una stringente sorveglianza contabile che la Commissione di Bruxelles inizierà il 16 marzo, l’ultimo dei Papandreu, odierno primo ministro, ha annunciato che la nazione potrà salvarsi dal baratro soltanto con una cura churchilliana di «lacrime e sudore». Speriamo non sia troppo tardi, rispetto alla gravità dei danni originari avviati già nei lontani Anni Ottanta, che videro la Grecia entrare nella Comunità europea, dalla finanza allegra di Papandreu padre definita «baldoria» dagli storici meno indulgenti.
L’alternativa che la crisi pone oggi a Bruxelles è drastica: trattenere la Grecia in Europa o restituirla ai Balcani? L’alternativa nonché drastica, e ovviamente costosa, è anche paradossale. I greci, all’epoca dell’ultima tragedia balcanica, davano l’impressione di gustare la vita su un’oasi occidentalizzata, pacifica e benestante ai margini dell’inferno jugoslavo. Grazie ai «fondi strutturali» elargiti dalla Comunità agli Stati più bisognosi, perdipiù grazie alle popolose stagioni turistiche che portavano denaro e benessere, essi certamente vivevano già al disopra dei loro mezzi; ma davano comunque l’impressione di vivere tranquilli in un Paese che stava uscendo, con risultati apprezzabili, dal sottosviluppo e dal brutto ricordo di una lunga guerra civile e di una nefasta tirannia militare. Il grande malato dei Balcani era allora l’ex Jugoslavia. Tuttavia, gli orrori che divampavano subito a ridosso del confine greco, in Macedonia, in Bosnia, in Croazia, alla fine nel Kosovo, sembravano distanti anni luce ai turisti che trascorrevano le vacanze sulle solari isole elleniche. Sembrava così agli stessi greci.
Poi, appena finite le crudeli e più visibili ostilità, che avevano decimato slavi e albanesi, tutti hanno cominciato a domandarsi quale santabarbara tornerà a scoppiare a breve termine dopo la «fragile» tregua imposta dai bombardamenti Nato alla Serbia. Domande rimaste non solo senza risposta, ma anche smentite dai fatti. Il Kosovo, proclamata l’indipendenza, non s’è trasformato in una nuova polveriera. Il Montenegro carezza l’idea di diventare con spiagge e casinò una Costa Azzurra adriatica. La Croazia, recente scoperta del turismo di massa, tesse la tela per associarsi all’Unione Europea. Sarajevo, cessati da tempo i massacri in Bosnia-Erzegovina, è rinata poco per volta. I governanti serbi, dimenticato Milosevic e sbarazzatisi di Karadzic, si apprestano a seguire i cugini croati sulla via che porta a Bruxelles. La Slovenia, prima della classe fra le nazioni postcomuniste entrate in Europa, è stata già accolta nell’Eurozona ed ha già esercitato una presidenza semestrale dell’Ue. La tregua, in altre parole, è diventata pace e speranza, a dispetto dei gufi che tra Bosnia e Kosovo vedevano fino a ieri solo bombe ad orologeria.
Nessuno invece intravedeva il pericolo nella lussuosa punta meridionale dei Balcani. Quasi nessuno, insomma, se l’aspettava che la Grecia comunitaria, proprio la Grecia, largamente beneficata dall’Europa fin dal 1981, sarebbe diventata oggi la grande malata della penisola balcanica.