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di Giuseppe Cremascoli
Tratto da Rai Vaticano - il blog l'8 febbraio 2010
Non sembri strano ritenere che non pochi dei problemi attinenti alla prassi omiletica, nella liturgia, derivino da un atteggiamento del celebrante in sé lodevole, perché dettato - forse - da zelo e da volontà di spiegare i contenuti della fede e i testi ufficiali della preghiera.
Spinti da tale fervore, non pochi sacerdoti ritengono di dover intervenire in molti punti della celebrazione liturgica, nell’intento di disporre l’anima dei fedeli ad atti di fede e di pietà.
È così che all’inizio della celebrazione un intervento - in genere non brevissimo - presenta il santo del giorno o i temi delle letture bibliche. Subito dopo c’è l’atto penitenziale, ed anche lì ad alcuni sembra opportuno un fervorino per disporre alla conversione, anzi alla metanoia, come ho sentito dire da un sacerdote, esperto di greco e di latino, impegnatissimo nel disquisire su questa importantissima categoria del pensiero cristiano di fronte a un gruppetto di piissime ascoltatrici.
Si passa, poi, alle letture, già in qualche modo presentate, come si è detto, all’inizio della celebrazione. Esse però - secondo alcuni - esigono spiegazioni speciali, da dare prima come introduzione, o dopo in tono di commento. Non esiste una regola generale quanto al tempo. Assistendo, alcuni anni fa, a una messa in giorno feriale nel duomo di Firenze, ho cronometrato un commento di 21 minuti: conservo la speranza che si tratti di un record.
Un discorso a parte merita l’uso - lodevolissimo - della preghiera dei fedeli. Ci sono libretti con formule preparate e in linea, in genere, con lo spirito dell’epoca liturgica in cui ci si trova. Lo zelo, però, spinge alcuni a mutare i testi o a introdurne di nuovi, naturalmente per toccare temi particolarmente sentiti o di attualità. Nelle rinnovate invocazioni si esprimono auspici e, in alcuni casi, accalorate sentenze sui doveri di determinate categorie di persone. L’ascoltatore attento avverte che il celebrante ha dei bersagli ben precisi dei quali disquisire ex cathedra. Un vecchio amico, scanzonato anche se molto pio, una volta mi disse: sto andando a messa e voglio sentire, alla preghiera dei fedeli, con chi il mio cappellano oggi se la prenderà.
Sempre a proposito di zelo interventista di sacerdoti peraltro ottimi, ho preso atto, in alcune situazioni, di fervorini disseminati anche in altri punti, come prima della recita del Padre nostro o della formula dell’ultima benedizione.
Si aggiunga che, in molti dei suddetti casi, lo zelo dell’oratore rende difficile prevedere l’appressarsi della conclusione, il che suppone, negli astanti, un indice di disponibilità all’ascolto di cui non tutti i mortali sono dotati.
Mi chiedo: ma è proprio illuminato lo zelo di chi dilata in questo modo la celebrazione, ponendo in ombra la cristallina chiarezza e la mirabile sobrietà dei nostri testi liturgici? Non sarebbe meglio non sovrapporsi alle formule del rito (chissà da quante persone e per quanto tempo pensate!), ma pronunciarle con impegno e con cura, in modo che il tono della voce e la tecnica della dizione documentino l’intima partecipazione dell’anima?
Una volta, a margine dei fatti sopra descritti, ho provato a formulare al protagonista alcuni sommessi interrogativi. Sono contento che la carenza di spazio mi impedisca di riferire la risposta che mi fu affibbiata. E sì che non mi riferivo a certe messe fai da te, delle quali non so se sia più giusto parlare o stendere su di esse un velo di silenzio e di pietà.