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Arriva nelle sale il complesso film della Hausner, premiato a Venezia sia dai cattolici sia dagli atei. «Voglio raccontare la presa di coscienza sulla caducità della vita umana»
di Alessandra De Luca
Tratto da Avvenire del 6 febbraio 2010
All’ultimo Festival di Venezia è stato tra i film più votati dalla critica e più applauditi dal pubblico. Tanto che la sua esclusione dai premi principali aveva sorpreso tutti. Nelle sale arriverà in 70 copie, distribuito da Cinecittà Luce, l’11 febbraio, anniversario dell’apparizione della Madonna a Bernadette nel 1858, con la promessa di far discutere. Parliamo di Lourdes, il film che la regista austriaca Jessica Hausner ha girato nel luogo santo dei Pirenei per raccontare la storia di un miracolo.
Un film assai rispettoso dei sentimenti e delle speranze dei 700 milioni di pellegrini che, spinti dalla fede, si sono recati a Lourdes in cerca di guarigione. Ma l’opera rivendica uno sguardo laico e disincantato nel quale molti credenti faranno fatica a ritrovarsi. Forse per spiegare la visione di questa trentasettenne regista, cresciuta con una forte educazione cattolica, ma allontanatasi poi dalla Chiesa, basterebbe questa frase che lei ama ripetere: «Se Dio esiste, è profondamente ingiusto». Il che rende il suo lavoro, per così dire, double face.
Non a caso a Venezia ha vinto sia i premi cattolici Signis e Navicella, assegnati da chi ha riconosciuto alla Hausner il merito di sapersi confrontare con il tema del sacro, sia il Pre- mio Brian degli Atei e Agnostici Razionalistici che della pellicola hanno apprezzato gli aspetti più critici, condividendo quell’idea di «miracolo come paradosso» e «incrinatura della logica», piuttosto che manifestazione misteriosa di un disegno divino. Il film (salutato da Repubblica come «un ottimo lavoro ateo») è infatti la storia di una giovane tetraplegica (Sylvie Testud), inchiodata a una sedia a rotelle, che decide di recarsi a Lourdes e, una mattina, al suo risveglio scopre di potersi alzare e camminare. La ragazza, che in quel miracolo neanche sperava, comincia a progettare la sua nuova vita, ma la felicità che deriva da questa seconda occasione si rivela fragile ed effimera, proprio perché non sorretta dalla fede. Se il senso della malattia le sfuggiva («perché proprio io?», si chiedeva), quello della guarigione sembra ancora più inafferrabile.
«Ho svolto lunghe e approfondite ricerche – dice la Hausner, di passaggio a Roma –, ho parlato con molti religiosi e sono andata diverse volte a Lourdes per realizzare i sopralluoghi e ottenere i permessi per le riprese. Sono entrata nelle piscine, ho trovato la fiducia della Chiesa, ma la mia prima volta tra i malati è stata scioccante, forse perché io in quei miracoli non ci credo veramente. Faccio fatica ad essere credente qui ed ora e a condividere con la religione cattolica la promessa di salvezza». E, a proposito del finale, aggiunge: «Non importa se Christine sia guarita definitivamente o no, di guarigioni spontanee ce ne sono tante nel mondo e trovo assurdo spiegarle con l’intervento divino. Volevo raccontare la presa di coscienza della protagonista sulla caducità della vita e della felicità, l’ambiguità e l’arbitrarietà di un miracolo che spesso genera invidia nei meno fortunati e scetticismo generale». Mercoledì prossimo, alle ore 10, presso il cinema Palestrina, a Milano, ci sarà un’anteprima gratuita del film, cui seguirà un dibattito con il teologo monsignor Franco Giulio Brambilla (vescovo ausiliare della Diocesi di Milano e vicario episcopale per la Cultura), monsignor Dario Viganò (presidente nazionale dell’Ente dello Spettacolo) e don Renato Fiazza, delegato del Segretariato Pellegrinaggi Italiani.